Cronaca

Cirò Marina, cavalli e mucche nel tempio di Apollo Aleo. Ma la UE nel 2012 stanziò 500mila euro per recuperarlo

È uno dei più antichi santuari dell'Italia meridionale ma, nonostante i finanziamenti della Unione Europea, è tuttora in uno stato di completo degrado: basamenti coperti da erba alta e stato di conservazione precario, anche a causa del pascolo degli animali. Eppure i fondi europei sono stati assegnati cinque anni fa e i lavori aggiudicati nel 2015

“Un unico cartello arrugginito e ammaccato, il tempio abbandonato a sé stesso, hanno portato via persino il filo spinato che doveva esserci tutt’attorno! È veramente un peccato che un pezzo di storia venga abbandonato così…”, scriveva su Tripadvisor un turista nell’agosto 2016. Prima, almeno dal 2012 e anche dopo, solo degrado e abbandono. Si parla del santuario di Apollo Aleo, nei pressi di Punta Alice, territorio di Cirò Marina, nel Crotonese.

Uno dei più antichi santuari dell’Italia meridionale. Scavato nel 1923, insieme alle case dei Sacerdoti, ormai scomparse, e a numerosi oggetti della stipe votiva, elementi architettonici e iscrizioni, oltre al famoso acrolito di Apollo Aleo, conservato al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. È la solita storia? Assenza di risorse e quindi impossibilità di mettere davvero mano al sito, nonostante la dichiarata buona volontà del Comune che dovrebbe occuparsi della manutenzione e della Soprintendenza archeologica che lo detiene? Questa volta non è così.

Nel 2012 la Regione, attingendo ai fondi Por 2007-2013 ha deliberato un progetto per “Scavo, restauro e musealizzazione del santuario”. Un progetto importante, condiviso da Comune di Cirò e Soprintendenza archeologica per la Calabria. Vennero stanziati quasi 500 mila euro. Che ancora non si riesce ad utilizzare. Già, perché dopo la pubblicazione, nel 2014, del bando per l’appalto dei lavori, finalmente nel 2015 c’è l’aggiudicazione. Ma dei lavori nessuna traccia. Nessuno scavo archeologico, nessun restauro. Neppure il centro funzionale, la “struttura mista, vetro-legno-cemento armato-pietra locale, composta dall’intersezione di due corpi rettangolari”, come spiegano nella Relazione tecnica generale del dicembre 2013 gli architetti Ammendolia e Patanisi, progettisti dell’intervento. Centro funzionale, fortemente voluto da Maria Grazia Aisa, l’archeologa responsabile dell’area per conto della Soprintendenza, ma dichiaratamente avversato da Salvatore Patamia, segretario regionale del Mibact. Intanto tra discussioni e rinvii ogni cosa rimane com’era.

“Il tempio presenta due fasi edilizie sovrapposte: la prima, risalente alla prima metà del VI sec. a.C., propone un edificio allungato di m 27×8, di cui si conserva lo zoccolo del muro perimetrale della cella. … La seconda fase, databile al III sec. a.C., presenta una struttura di ordine dorico in pietra, mentre pochi cambiamenti dovette subire invece la cella”. La descrizione sul sito nell’Atlante dei Beni culturali della Calabria è particolarmente utile per avere un’idea della struttura. Così come la fotografia allegata. Restituiscono informazioni che visitando l’area archeologica rimangono senza confronto. “Si vedono solo le vacche sdraiate al sole e i cavalli lanciati al galoppo nell’area del santuario (…) perché le basi lapidee del tempio arcaico e il basamento dorico sono nascosti dall’erba alta. Solo un cartello stracciato sorretto da un’impalcatura arrugginita, indica che quell’area coincide con il parco archeologico Apollo Alaios”, ha scritto alla metà di giugno Patrizia Siciliani su Il quotidiano del sud.

Ma i resti antichi non sono soltanto coperti dall’erba. Sono anche in uno stato di conservazione più che precario al quale hanno contribuito la mancanza di qualsiasi manutenzione e il prolungato passaggio degli animali presenti nell’area da anni. A loro si deve l’invasione delle zecche che ha costretto in questi giorni il Comune di Cirò, insieme all’Asp di Crotone e all’Ente regionale Calabria verde a provvedere ad una disinfestazione.

D’altra parte l’area archeologica non è più recintata da tempo. In compenso è rimasto il vecchio cancello di accesso. L’unico pannello è ormai illeggibile e mal sorretto da una struttura di ferro. Insomma manca tutto, a parte il degrado che coinvolge una vasta area, non solo quella del santuario. A breve distanza ci sono gli stabilimenti della Syndial Green Project, una società di Eni, che si occupava della produzione del cloruro di sodio iperpuro. Stabilimenti chiusi dal 2008 e sul cui riutilizzo si continua solo a discutere tra la proprietà e rappresentanti politici locali e regionali. Anche in quest’angolo di Calabria, l’inerzia sembra avere la meglio. Così continua a languire l’area archeologica. Così ogni idea di valorizzazione rimane solo un progetto.

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