Cultura

Festival della fiaba, servono scarpe comode per camminare dentro se stessi

MODENA – Ci sono dei percorsi, delle strade, delle vie che, passo dopo passo, ci portano sempre più a contatto con pezzi nascosti di ciò che eravamo, con parti che non sapevamo di avere come zavorra, con brandelli di energia inesplorata e inconsapevole, da stanare. Succede a un tratto che ti puoi incamminare per un sentiero costellato di lampare, di fiaccole dentro contenitori in cartone che le fanno somigliare a piccole mongolfiere pronte a salpare verso il cielo, e accade che, nella magia del teatro, nella finzione del teatro, nell’ovattatura dei ruoli, ti ritrovi a pensare al tuo viaggio personale, al tuo posto nel mondo, al personaggio che interpreti in questa vita. Camminiamo nel bosco, procediamo nella foresta della pasoliniana Villa Sorra, ai margini di Modena, dove prende corpo il Festival della fiaba (15-25 giugno) tra baracche-botteghe artigiane in stile Far west, empori messi a cerchio, dove il legno la fa da padrone, a costituire una stella, il palo centrale e le lucine che scendono giù, come una medusa, come un polpo, come un varietà, come una festa popolare.

La nuova creazione di Nicoletta Giberti è nuovamente un tuffo nell’arcaico, in tutto quell’ammasso di strati che ci portiamo appresso, dna e famiglia, infanzia e traumi, sogni e visioni, le vite precedenti e le energie che riusciamo a far brillare, le persone incontrate e gli occhi riconosciuti nel nostro vagare e incedere. Si chiama Opera lieve, ma riesce a toccare in profondità, a liberare dimensioni sottaciute, aprire le gabbie che inevitabilmente teniamo serrate dentro di noi per paura di conoscere aspetti paurosi o inquietanti che teniamo lontano dagli sguardi degli altri. Scalpicciando le foglie secche ci incuneiamo in quest’anfratto buio della selva oscura dove tutto è metafora e simbolo. Più ci allontaniamo fisicamente e più torniamo a sentirci, a combaciarci, a parlarci nel silenzio rumoroso della natura, della rana toro che sembra che ragli alla luna. Ci intrufoliamo esfoliandoci dalle nostre miserie, a ogni passo ci lasciamo alle spalle chi siamo, le sovrastrutture sociali. Ora siamo solo un corpo informe che avanza alla ricerca del sé. Ti aspetti da un momento all’altro elfi e Puffi, Trilly e le lucciole.

È un viaggio in solitudine di suole incerte illuminate fioche da luci che sembrano anime febbrili che ci indicano la strada. Nel rumore dei passi senti le ragnatele e la foresta che cresce, lo stagno che vive, il cielo che ulula, le fronde che respirano. Nel bosco non sei mai solo. Hanno addobbato ettari di macchia con postazioni e tanti Caronte, con posti di blocco e oracoli. Sembrano dirti: prenditi il tuo tempo, respira, non ascoltare il fuori, ascolta cosa succede dentro, ora che qui dentro non esiste il tempo, non esiste il cellulare, non esistono gli altri. Non si torna indietro. Serpeggiano le bisce, cigolano i cuculi. Ogni tanto sul calpestio del nostro viottolo sterrato appaiono queste vestali candide, presenze oscure esangui, una ti benda, un’altra ti conduce in un ballo stretto, ma tutte ti prendono per mano in un gesto semplice ma antico, di una mamma con il bambino che siamo stati, come se ti dicessero di fidarti, di affidarti, di stare tranquillo, di lasciarsi andare. Siamo soli dentro noi stessi. Noi siamo il bottone che ci consegnano come feticcio, noi cerchiamo i fili ai quali aggrapparci, le asole che ci tengono stretti.

È un cammino enfatico ed elettrizzante, eccitante e catartico, un piccolo viaggio che pacifica, svuota, rilassa e ci riconsegna ai primari bisogni e alle grandi domande dell’uomo dalla notte dei tempi. Le lucine sulla strada adesso sembrano prendere la forma di infinite api che ronzano tra una stazione e l’altra di questa Via crucis senza dolore ma dove puoi trovare, se te lo concedi, il perdono e il pentimento laico. Qui tutto scrocchia, si sfalda, muore e resuscita, come nell’animo di ogni essere umano (forse anche vivente). Le parole sono sussurrate, toccano corde che di norma teniamo a bada per paura di essere giudicati, qui, avvolti da un silenzio che squarcia e da un nero che mangia, siamo liberi di commuoverci, di salvarci. Il bosco non si recinta, il bosco non è pericoloso. L’odore della terra umida ci accompagna in questa processione-corteo con un solo invitato e intervenuto per assistere al nostro funerale. Alla nostra ennesima rinascita. Il bosco ti avvolge e ti dice di non aver timore. Ci vogliono soltanto scarpe comode per camminare dentro se stessi.