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Manovrina, 504 milioni di aiuti a aziende terremotate: ma ai furbi che trasferiscono solo la sede più vantaggi e meno vincoli

L'articolo 46 estende i benefici della "zona franca urbana" agli imprenditori che entro dicembre spostano l'attività nei Comuni colpiti. Ma non ci sono obblighi su assunzioni e durata dell'investimento. Invece le imprese che avevano già sede lì devono dimostrare di aver subito un danno pari al 25% del fatturato. Pronto un emendamento, il governo disponibile a rimediare

Sul piatto ci sono 504 milioni di euro in tre anni. Soldi destinati alle imprese terremotate, in teoria. Perché per lucrare sulle macerie  le carte false non servono più: agli imprenditori spregiudicati basterà avviare entro il 31 dicembre di quest’anno un’attività in uno qualsiasi dei 140 comuni colpiti dal sisma del centro Italia per incassare gli stessi benefici fiscali e contributivi concessi a chi ha subito un vero danno. Senza un impegno vincolante sugli effettivi investimenti, senza un requisito minimo di permanenza e di trasferimento di impiantidipendenti e con un vantaggio netto sugli imprenditori e residenti effettivamente colpiti, che per essere ammessi devono dimostrare d’aver subito una riduzione del fatturato pari al 25% rispetto all’anno precedente.

Il paradosso si realizza grazie all’articolo n.46 della manovrina-bis (i cui emendamenti saranno votati in commissione dal 22 maggio) che regola e disciplina la cosiddetta “zona franca urbana nelle aree di Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria colpite dagli eventi sismici a partire dal 24 agosto 2016. L’anomalia è stata già segnalata al governo e trova soluzione in un emendamento volto a introdurre paletti per fermare furbi e malintenzionati che si precipitassero nelle zone del cosiddetto “cratere” a caccia di indebiti vantaggi: il trasferimento delle attività e non solo della sede sociale, il collegamento tra incentivi ed effettive assunzioni nei comuni terremotati, l’obbligo a rimanervi per almeno quattro anni. Da ambienti governativi è già filtrata la volontà di rimediare. Nessun commento sull’imbarazzante svista.

La norma è rivolta in primis alle aziende colpite che potranno beneficiare della parziale esenzione dalle imposte sui redditi e dall’Irap, alle condizioni di legge, nonché dell’esenzione degli immobili produttivi dalle imposte municipali e dell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a carico dei datori di lavoro. Per questo sono stati stanziati 194,5 milioni di euro quest’anno, 167,7 milioni di euro per l’anno 2018 e 141,7 milioni di euro per l’anno 2019. In totale 504 milioni di euro da distribuire su aree infra-comunali di dimensione prestabilita dove si concentrano programmi di defiscalizzazione per la creazione di piccole e micro imprese. Obiettivo prioritario delle Zfu è favorire lo sviluppo economico e sociale di quartieri ed aree urbane caratterizzate da disagio sociale, economico e occupazionale, e con potenzialità di sviluppo inespresse.

Ossigeno per le imprese danneggiate che la nuova norma post-sisma, con ragionevolezza, vorrebbe rendere subito disponibile. L’erogazione secondo i vecchi criteri era prevista infatti solo per le imprese con sede principale o unità locale all’interno della zona franca che potessero dimostrare un calo del fatturato del 25% della media relativa ai tre periodi di imposta precedenti a quello in cui si è verificato il sisma. Ma tre anni sono troppi, ha pensato il legislatore, con molto buonsenso. Ne ha messo però meno quando, con il comma 3, ha inteso fornire quella stessa boccata d’ossigeno anche a chi nelle zone colpite non è mai stato, in funzione attrattiva di possibili investimenti per zone ad alto rischio di depressione e disoccupazione. Intento lodevole tradotto in due righe frettolose che recitano così: “le agevolazioni previste dal comma 2 anche alle imprese che avviano la propria attività all’interno della zona franca entro il 31 dicembre 2017”.

Il problema? Per come è scritta la norma possono presentarsi, nei comuni terremotati, sedicenti imprenditori che non imprendono nulla, che non trasferiscono nulla ma che prendono e basta. E poi se ne vanno, visto che il testo non indica alcun requisito stringente la consistenza e la durata dell’investimento. Chi volesse speculare avrebbe praterie per farlo come all’Aquila, dove 400 aziende nei dodici mesi successivi al terremoto che la distrusse spostarono in quella provincia la sede della propria società realizzando il cosiddetto “dumping inverso”, cioè il fenomeno per cui le imprese si muovono da territori limitrofi non per solidarietà o voglia di ricostruire quanto per l’allettante prospettiva di ottenere condizioni fiscali favorevoli. Ma l’upgrade del rischio ha il sapore della beffa: il procacciatore di indebiti aiuti statali, per come recita la norma, avrebbe maggiori possibilità del titolare di un’azienda effettivamente colpita perché il primo non ha alcun requisito specifico da rispettare, il secondo deve invece dimostrare di aver sostenuto un danno di un quarto del fatturato rispetto al precedente esercizio. Se si ferma al 24,9%, per esempio, non avrà diritto ad alcun aiuto.

La norma va votata, così come l’emendamento, e il tempo stringe. “Noi, con il nostro emendamento, abbiamo provato a correggere in modo più ragionevole questa legge, ora spetta al governo dimostrare che reputa giusto aiutare in via prioritaria le imprese danneggiate dal terremoto”, affermano i deputati di Alternativa Libera Massimo Artini e Samuele Segoni. Entro il 29 il testo deve approdare in aula, dove il voto di fiducia sembra già quasi scontato e poi toccherà al Senato, ancora con voto di fiducia. Ultima scadenza per il 23 giugno. Un guizzo di buonsenso è ancora possibile.