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Cariravenna, la banca del presidente Abi Patuelli: “Credito a stranieri e pensionati? Solo con l’ok del capo zona”

Una circolare dell'istituto prevede il giro di vite: istruttorie più rigorose per chi è nato all'estero (ma i "cinesi" sono considerati categoria a sé stante), chi abita in condominio e chi vive con l'assegno Inps. Se lo stesso criterio fosse stato applicato a tutti, la Cassa non avrebbe un rapporto tra sofferenze nette e patrimonio di 129,5

Quanta paura fanno i pensionati? A giudicare dal giro di vite al credito che hanno dato alla Cassa di Ravenna, tanta, tantissima, al punto da assimilarli ai “clienti a sofferenze” ed “ex sofferenze” con “notizie pregiudizievoli” e ai clienti con “inadempienze probabili”, “past due” ed “ex inadempienze probabili in bonis”. Niente paura: sono in buona compagnia. La banca del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha varato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di diverse categorie di persone: sei nato all’estero? Hai un coniuge straniero? Sei cinese? Sei un condomino? Beh, in tutti questi casi l’autonomia del direttore di filiale è azzerata: per concedere un banalissimo scoperto sul conto bisogna passare come minimo dal capo zona/capo area commerciale/preposto sede centrale. Lo si legge in una circolare del 4 maggio.

Per carità, nulla di illegittimo, però fa una certa impressione leggere nero su bianco che “l’autonomia di concessione degli scoperti di conto corrente in capo alla categoria pensionati viene ricondotta all’organo minimo capo zona/capo area commerciale/preposto sede centrale (CSZ) e deve riguardare esclusivamente scoperti limitati nel tempo e concessi a fronte di specifiche esigenze”. Viene da chiedersi cosa avranno fatto di male questi poveri vecchietti, quegli stessi cui magari la banca di Patuelli negli anni scorsi ha riempito i portafogli di proprie azioni non quotate e di obbligazioni subordinate

Stesso discorso vale per i cittadini italiani nati all’estero, con la differenza che la valutazione del capo zona/capo area commerciale/preposto sede centrale si estende a tutte le pratiche di fido, anche nel caso di cointestazioni e di società il cui socio di maggioranza – pur cittadino italiano – sia nato all’estero. Una misura che sembra volta soprattutto a frenare l’erogazione del credito nei confronti di chi, magari, la cittadinanza italiana l’ha ottenuta in un secondo tempo, come diversi cittadini stranieri che vivono in Italia da decenni. Una discriminazione bella e buona. E se così non è, invece, si tratta di una palese idiozia: perché dal punto di vista del credito dovrebbe essere più rischioso un cittadino italiano nato, per dire, a Nizza rispetto a uno nato a Forlì?

Ma alla Cassa di Patuelli non basta: hanno deciso di discriminare nell’ambito stesso della categoria degli stranieri, stabilendo che i cinesi non sono stranieri qualunque, ma sono più stranieri degli stranieri (o più italiani degli “altri” stranieri) e che quindi meritano una categoria a sé stante: quella dei cinesi appunto. Che differenza c’è tra stranieri “normali” e “cinesi”? Basta leggere: “Tutte le pratiche di soggetti di nazionalità cinese (o appartenenti alla comunità cinese) devono essere portate alla delibera del competente organo solamente dopo aver acquisito il parere preventivo dell’Ufficio Fidi-Corporate di Gruppo, salvo ulteriori limitazioni su particolari operazioni che abbiano specifiche autonomie deliberative”.

Insomma, sembra di capire che queste pratiche vengano sottoposte a un esame particolarmente rigoroso, cosa che dovrebbe valere nello stesso modo per tutti e non solo per i cinesi, i pensionati, i nati all’estero, gli “altri” stranieri e i condomini. Se fosse stato applicato questo criterio con rigore, la Cassa ravennate non si troverebbe ad avere un Texas ratio, cioè un rapporto tra sofferenze nette e patrimonio, di 129,5. Ma si sa, in Italia chi trova un amico (specie se banchiere) trova un tesoro