Musica

‘Andy Wood l’inventore del grunge’, un libro per andare oltre i Nirvana

“Ci credevamo invincibili, pensavamo che nessuno sarebbe morto. L’impossibile, invece, era accaduto davanti ai nostri occhi e ce ne stavamo lì senza alcuno strumento per affrontarlo”, ricorda Chris Cornell, frontman dei Soundgarden e protagonista di spicco della scena grunge di Seattle, parlando della morte dell’amico e collega, nonché ex coinquilino, Andy Wood, che con i suoi Mother Love Bone era a malapena riuscito ad assaporare quel successo ambito, meritato, fortemente voluto.

Perché nel marzo del 1990, quando Apple, prodotto dalla Polygram sta andando alle stampe, la sua morte per overdose di eroina ha l’effetto di un cataclisma oltreché sulla sua band, anche sull’intera comunità musicale di Seattle. “Andy – prosegue Chris Cornell – era un raggio di sole che ci illuminava, e vederlo attaccato alle macchine ha significato, per la scena musicale, la fine dell’innocenza”.

Quando si pensa al grunge, qualunque cosa esso sia stato, generalmente vengono in mente i Nirvana, dischi come Nevermind o Ten o Badmotorfinger, e personaggi come Kurt Cobain e quel colpo di fucile che si sparò alla testa in un giorno d’aprile del 1994. È invece la frase pronunciata da Cornell, “vedere Andy attaccato alle macchine ha significato, per la scena musicale, la fine dell’innocenza”,  a ispirare la scrittrice e giornalista Valeria Sgarella nella stesura di Andy Wood l’inventore del grunge – Vivere (e morire a Seattle) prima dei Pearl Jam, un libro nel quale mette insieme le tessere di un puzzle che le ha permesso di ricostruire in maniera minuziosa, la storia di un personaggio che troppo spesso a livello mainstream è passato in secondo piano.

Valeria, i protagonisti della scena grunge che hanno fatto la storia (e sono caduti), sono vari: perché hai scelto di raccontare la storia di Andy Wood?
Ho deciso di approfondirne la conoscenza dopo aver letto una dichiarazione di Chris Cornell. E cioè che “l’innocenza di Seattle è morta vedendo Andy Wood su un letto d’ospedale” e non quando Kurt Cobain si è sparato un colpo di fucile alla testa. Da fan dei Pearl Jam, questa frase mi ha fatto pensare: era chiaro che nel racconto dell’epopea grunge di cui abbiamo goduto, e in seguito pianto, qualcosa ci era mancato. In particolar modo il punto di vista locale, quello della Seattle di quel periodo, prima che tutto succedesse. Allora ho iniziato a studiare la figura di Andy, che conoscevo in modo superficiale, e ho scoperto, sia dal punto di vista del carisma, sia dal punto di vista del talento, quanto fosse stato influente su quelle realtà che in seguito avrebbero portato la scena di Seattle a livello internazionale. E l’ha fatto in silenzio. Un aspetto della storia, questo, che mi ha molto affascinato.

Spesso si dimentica che dietro la maschera da rockstar si celano ragazzi dalla  spiccata sensibilità, che il più delle volte hanno una personalità borderline, e l’essere considerati  improvvisamente delle icone, venendo messi su di un piedistallo è vissuto come un vero trauma.
Relativamente alla musica grunge, c’è stata una specie di elevazione a divinità di personaggi che fondamentalmente avevano un solo grosso problema: il fatto di aver pensato nella loro infanzia e nella loro adolescenza, anche per via di famiglie disfunzionali, che cominciare a farsi di qualunque sostanza anche in giovanissima età non fosse un rischio, che non rappresentasse un problema. E questo non ha che peggiorato una serie di problematiche che ciascuno di questi ragazzi aveva.

Per esempio?
Kurt Cobain aveva un problema enorme con il suo pubblico e con la gente che lo elevava a modello da imitare, perché non si riconosceva né in quel ruolo né in quel pubblico. Andy Wood, invece, aveva il problema di ambire al successo ma allo stesso tempo faceva di tutto per  sabotarlo. Layne Staley (cantante degli Alice in Chains scomparso il 5 aprile del 2002, nda) aveva il problema di voler emulare certi personaggi e di coltivare al tempo stesso una grande solitudine interiore,  in cui si rifugiava proprio nella sua lotta contro il successo.

Il fatto di non avere i mezzi personali per sostenere un successo travolgente è il comune denominatore tra Kurt, Layne e Andy.
Infatti, non è un caso che un personaggio come Eddie Vedder sia riuscito a sopravvivere a tutto questo: ha saputo in primis affrontare la propria fama; e poi un altro elemento che fa la differenza in questi casi è l’essere sani di mente. Se fai un uso massiccio di sostanze stupefacenti, puoi avere tutte le buone intenzioni del mondo, ma alla fine in qualche modo perisci.

Trovo che il sottotitolo L’inventore del Grunge attribuito ad Andy Wood sia un po’ troppo spinto…
Ci sono varie origini che vengono attribuite al termine, io ho utilizzato questo sottotitolo per collocare in qualche modo, anche se approssimativo, Andy Wood. Sapevo perfettamente che avrebbe attratto una serie di critiche e domande, ma il punto è che il termine grunge non è un genere in sé assoluto ma un grande cappello che contiene una serie di elementi che hanno contribuito al Seattle Sound.

Del resto, le band non suonavano tutte allo stesso modo: i Soundgarden  non suonavano come i Nirvana, né i Mudhoney suonavano come i Tad…
L’inventore del grunge mi sembrava la formula più rapida per esprimere un concetto che poi sviluppo nel libro: cioè che Andy Wood è stato a Seattle, prima di altri, una figura di grande rilievo e di grande influenza. I Mother Love Bone sono stati la prima band che non suonava assolutamente grunge, anche se da lì proveniva, a firmare un cospicuo contratto con una casa discografica – anche se non sono stati i primi a esser messi sotto contratto da una major –, quindi hanno bene o male aperto le porte al fenomeno di cui avrebbero goduto altri. Lui non ha inventato niente ma ha acceso i riflettori sulla città.

Tu sei stata la protagonista di un viaggio che ogni appassionato del grunge ha progettato di fare nella vita: anche se gli Anni 90 sono lontani, che impressione ti ha fatto la città di Seattle?
Sicuramente è una città che è cambiata parecchio nel tempo, anche se mio malgrado, non ho termini di paragone. Quando ho deciso di partire avevo già una rete di contatti, infatti avevo già fatto tante interviste via email e Skype e poi, quando sono andata lì, ho incontrato le persone con cui avevo già parlato: gli ex Mother Love Bone: il batterista Greg Gilmore e il chitarrista Bruce Fairweather, che abita a Ballard, il quartiere più bello e creativo della città. Fondamentale per il mio lavoro è stato Denny Swofford, archivista di MLB che li ha seguiti in tutta la loro breve carriera. Era il responsabile del loro fan club, registrava tutti i live della band e faceva da roadies. Con Andy era molto legato, tanto è vero che era lui ad accompagnarlo in clinica per i suoi incontri post degenza. Mi ha aperto il suo prezioso archivio mostrandomi cose straordinarie, compresa una versione primordiale di Alive portata al successo dai Pearl Jam. E poi ho incontrato la madre Toni Wood, che mi ha raccontato la storia di Andy sin dall’infanzia.

Cos’è che hai scoperto andando lì?
Che il riverbero del grunge che abbiamo noi soprattutto in Italia non è lo stesso che hanno i musicisti di Seattle. Lì il grunge non è materia di discussioni da almeno 20 anni. Non c’è il desiderio di parlarne o recuperare i bei tempi andati. Non c’è rimpianto, né nostalgia. C’è solo una fase che è passata e che per molti è stata abbastanza scomoda. Poi, parlare di Andy con chi è sopravvissuto è difficile, però ho visto una gran voglia di andare avanti e non un senso di gloria perduta.