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‘Guerra all’Isis’, una cronaca dettagliata dal fronte curdo

Ho finito recentemente di leggere Guerra all’Isis. Diario dal fronte curdo, una cronaca di grande interesse scritta da Gastone Breccia, storico militare e dell’età bizantina con notevole esperienza sul campo a fianco dei contingenti militari italiani schierati in vari teatri di guerra. Il valore principale dell’opera di Breccia risiede nel fatto che si tratta di un vero osservatore neutrale e genuino. Proprio per la sua “obiettività” la cronaca di Breccia, ricca di osservazioni dettagliate e penetranti, ci spiega in modo efficace la situazione: da un lato ci sono i terroristi fondamentalisti che volevano imporre al Medio Oriente il loro dominio e dall’altro i partigiani kurdi fedeli alla linea enunciata dal carcere di Imrali dal leader Abdullah Ocalan, un comunista nazionalista kurdo che ha saputo rielaborare con grande intelligenza la linea politica per aggiornarla secondo i parametri del federalismo democratico (in una situazione da sempre segnata da regimi dispotici ipercentralizzati), del femminismo (in una situazione dove il peggiore maschilismo ha sempre costituito l’ideologia dominante)  e dell’ambientalismo (in una situazione dove le multinazionali hanno sempre sfruttato i territori e le loro risorse senza tener per nulla in conto la natura e le sue esigenze).

Breccia non è certamente un militante  (mette costantemente, ad esempio, la parola “compagni” tra virgolette), ma un osservatore onesto, imparziale e attento. Proprio per questo, non gli  sfugge certamente, nonostante il suo understatement, il significato profondo della guerra  che  i Kurdi di Ypg, Ypj, Hpg e Pkk stanno conducendo, unitamente ad altri settori della popolazione, Arabi, Assiri, Yezidi, ecc. tutti uniti nelle Forze democratiche siriane, in difesa del loro territorio e della gente che lo abita, a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa.

Nel post-scriptum finale (“Oltre l’orizzonte”) Breccia formula varie considerazioni largamente condivisibili, anche se in parte oramai datate (rispecchiano la situazione di un anno fa circa) sulle strategie perseguite dai vari contendenti e sulla complessiva inadeguatezza dell’Occidente, assoggettato ai ricatti del regime turco, sempre più coinvolto in una guerra interna e esterna contro i popoli della regione, compreso il proprio, e contro la democrazia.

Non arriva però a formulare una risposta alternativa che è chiaramente fuori del suo orizzonte problematico. Tale risposta potrebbe consistere, a mio avviso, nella scoperta del legame profondo, tra la lotta dei Kurdi e degli altri popoli della zona e quella delle popolazioni italiane, come di altri Paesi, che rifiutano un modello di sottosviluppo che risponde agli interessi di poche cricche ben collegate ai livelli di governo.

Esemplare, da questo punto di vista, l’inchiesta che l’Espresso  ha svolto di recente su chi sta dietro a un progetto come la Tap, la Trans adriatic pipeline innanzitutto il governo turco, mediante vari familiari e sodali di Erdogan,  ma anche il governo azero e non ultima la Goldman Sachs, ben rappresentata, ai vertici europei da personaggi come Barroso che in veste di presidente della Commissione europea si è largamente speso a favore del progetto in questione e presumibilmente continua a farlo, guadagnando l’ossequioso consenso di governi come il nostro, che manda contro i manifestanti del Salento plotoni di celerini che meriterebbero sicuramente un lavoro più degno. Mobilitarsi contro questi progetti nefasti per le popolazioni e l’ambiente è oggi un imperativo categorico per tutti coloro che non si riconoscono in questa costellazione di potere condiviso tra dittatori e potentati locali, multinazionali, finanza internazionale e bande terroriste. In questo senso la lotta, che ha visto la liberazione di Kobane e vede oggi le milizie della Forze democratiche siriane proiettate verso la definitiva sconfitta dell’Isis, potrebbe essere solo l’inizio della liberazione di tutto il bacino mediterraneo, da condurre con mezzi e strumenti appropriati in ogni situazione.

Obiettivo è una pace basata sulla giustizia e il riconoscimento delle aspirazioni più profonde dei popoli. Ideologia? Può darsi, ma serve anche quella, anche e soprattutto per contrastare forze come l’Isis che a sua volta detiene una sua precisa e rocciosa Weltanschauung sulla quale Breccia spende poche, ma illuminanti parole. Per riprendere la bella conclusione del libro:

Fino alla vittoria? I ragazzi dell’Hpg a Makhmur e Sinjar lo dicevano sorridendo, convinti di poterla raggiungere; i peshmerga del Krg (governo regionale kurdo iracheno) sentono di averla già in pugno; i combattenti del Rojava l’hanno conquistata sul campo a Kobane, a Tel Abyad, a Telberek e Hasakah, e non intendono gettarla al vento. Nel prossimo futuro la guerra contro l’Isis continuerà a occupare gran parte del loro orizzonte; quel che troveranno oltre dipenderà anche da noi, dall’aiuto che il mondo saprà o vorrà dare loro, dal riconoscimento di un interesse comune nel combattere e sconfiggere il male nato sulle rovine di un secolo feroce. Dipenderà dal sostegno di altri paesi e altri popoli più fortunati. Come dice un proverbio curdo, “quando due amici sono leali l’uno verso l’altro, Allah è il terzo in mezzo a loro”. E regna la pace, e la terra fiorisce“.