Scuola

Informatica, chi ha paura del pensiero computazionale?/ II

A distanza di oltre un anno dal mio post “Chi ha paura del pensiero computazionale?” continuo ad incontrare sulla rete espressioni immotivatamente critiche a proposito di questo termine: Il pensiero computazionale non esiste oppure È una truffa concettuale o in alternativa È una truffa pedagogica e didattica. Altre posizioni lo descrivono come Passione pedagogica fondata sul nulla o, se vogliono concedere qualcosa, come Piccola e preesistente frazione del pensiero scientifico e tecnologico. È evidente, leggendo più in dettaglio le critiche, che alcune di queste derivano da opinioni politiche in disaccordo con l’attuale gestione della scuola. Idee del tutto lecite ma che, sviluppandosi su un piano politico, non tratterò in questa sede.

Qui invece analizzerò le considerazioni sull’adeguatezza scientifica e/o didattica dell’espressione “pensiero computazionale”. In genere osservo sempre, come ho fatto su questa rubrica e su questa e su questa, che esso ha il solo scopo di far capire che si parla degli aspetti scientifici e culturali dell’informatica, indipendenti dalla tecnologia. Esso quindi fa riferimento alle idee, ai concetti ed ai princìpi dell’informatica e non a sistemi, tecnologie e strumenti.

L’obiettivo strategico per cui viene usato in Italia è arrivare a far sì che a scuola si insegni l’informatica. Non ovviamente quella delle patenti di guida o degli applicativi o di specifici linguaggi di programmazione, ma quella che tutto il mondo riconosce come disciplina scientifica autonoma. Ecco una trattazione più estesa di questo punto. In altri paesi, questa necessità non c’è perché si può parlare di “computer science” e di “information technology”. In Italia, entrambe sono “informatica”. Chiedo sempre a chi è in disaccordo di esplicitare in modo esteso e argomentato le posizioni di critica. Non tanto a ciò che scrivo io, perché non si tratta di una questione personale, ma a quello che hanno scritto prestigiose società scientifiche internazionali.

Invito quindi a discutere direttamente il cuore del problema, cioè la necessità dell’insegnamento scolastico dell’informatica, sostenuta in questi rapporti: Shut down or restart? The way forward for computing in UK schools (The Royal Society, 2012) e L’enseignement de l’informatique en France. Il est urgent de ne plus attendre (Académie des Science, 2013), anche in ingleseAd oggi, non ho letto una critica di questi rapporti che fosse fondata su un’analisi approfondita e motivata.

Tornando alle critiche sopra citate, esse sono generalmente basate sulla tecnica dell’ “argomento fantoccio” (“straw man” in inglese). Viene cioè criticata non la definizione generalmente accettata di pensiero computazionale (cioè la modalità di pensiero che ha acquisito ed usa per descrivere e spiegare i fenomeni chi ha studiato e praticato l’informatica come disciplina scientifica) ma una propria definizione scelta ad hoc (ad esempio, Come pensano i computer).

Ribadisco che questa non è una mia definizione ma quella usata da eminenti scienziati nei rapporti sopra citati e in altri documenti ancora. Dal momento che gli informatici esistono, il loro specifico punto di vista sul mondo e il loro particolare modo di pensare esistono. Quindi ritengo esagerato e scorretto dire che Il pensiero computazionale non esiste. Certamente, vi sono perplessità sulla mancanza di una chiara attività di indirizzo su come insegnare informatica nella scuola. I miei colleghi ed io esercitiamo un’azione di stimolo in questa direzione, ma la situazione è ancora in divenire.

Criticare inoltre – come taluni fanno – l’affermazione che il pensiero computazionale abbia una sua posizione di preminenza rispetto ad altre modalità di lettura della realtà è nuovamente usare un argomento fantoccio. L’attività di pensiero assume differenti modalità o sfumature a seconda della formazione della persona. I modi di pensare e di riflettere sul mondo di un letterato, di un musicista, di un fisico o di un biologo sono tutti ugualmente validi, diversi l’uno dall’altro e complementari. Contribuiscono tutti alla comprensione del mondo.

Il pensiero computazionale, cioè il modo di descrivere la realtà che hanno gli informatici, apporta qualcosa di nuovo e diverso da quello delle altre discipline scientifiche? Sì, come illustrato dagli scienziati nei rapporti sopra citati. Esso è una nuova, distinta ed utile variante del pensiero scientifico e tecnologico, non certo un piccolo sottoinsieme preesistente.

Va insegnato nella scuola come tale? No, va insegnata a scuola la disciplina che lo sviluppa, cioè l’informatica. È quello che si fa negli Usa, in UK e in Francia. Possiamo confrontarci su come farlo, invece che discutere sulle definizioni?