Politica

Dopo le primarie Pd, quel che ci aspetta: voto a ottobre, governo con Silvio

Con un messaggio ci lasciò, era la notte del 4 dicembre quando la conta dei No al suo referendum non era ancora stata completata, e con un foglietto ritorna cinque mesi dopo quando la conta del Sì al suo nome è appena iniziata.

Il Pd si comprime e si asciuga ancora un po’, ma ora è completamente nelle mani di Matteo Renzi. Senza più l’ingombro di Bersani e D’Alema, e con il bottino inaspettato dell’affluenza alle primarie, una cifra che supera e anche di parecchio le meste previsioni della vigilia, Renzi si riprende la metà di ciò che gli era stato tolto, la segreteria del partito, e ora punta all’altra metà perduta che per lui conta molto di più, la leadership nel Paese.

Renzi non si domanda, riflette o spiega le ragioni della sconfitta capitale di dicembre. Non gli interessa né gli serve approfondire i motivi per cui questo voto, positivo fin quando vogliamo, langue fin quasi a dimezzarsi nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emilia e si gonfia invece al sud dove i collettori di clientele sono più forti e vivi.

Renzi ora ha da capitalizzare questo voto che è il migliore possibile per lui e comunque dà prova di una partecipazione popolare che, al netto di sconsolanti file di poveri immigrati, dimostra una vitalità e un attaccamento alla ditta altrove sconosciuti. La democrazia dei clic di Beppe Grillo ancora non si è capito cosa sia. Dalle parti del centrodestra poi meglio non parlarne: il re sta ad Arcore e da lì comanda.

Perciò Renzi proverà a sfruttare il risultato (come ogni altro politico farebbe al posto suo), e portare gli italiani alle elezioni anticipate. Per Paolo Gentiloni l’avviso di sfratto è partito già ieri sera. Nella foga della festa il neo segretario del Pd ha infatti detto: a) non sappiamo quando si vota; b) servirà molto probabilmente una “Grande Coalizione”.

In teoria noi sapremmo quando si vota. La data certa è fissata dalla legge è indica alla primavera del prossimo anno la fine naturale della legislatura. Metterla in dubbio significa appunto adombrare ciò che si vuol fare e ancora non si ritiene di doverlo dire con chiarezza. Sul tema della grande coalizione poi Renzi, accortosi di aver ecceduto con la sincerità, ha corretto parlando di una non meglio definita coalizione di popolo. La sostanza era nota e prima di lui l’aveva già rivelata il suo capogruppo alla Camera Ettore Rosato: questa legge elettorale è proporzionale e un qualche accordo bisognerà pur farlo.

Esclusa l’intesa con i Cinquestelle resta solo lui sullo sfondo a cui stringere la mano: l’intramontabile Silvio Berlusconi.

“La storia insegna, ma ci sono cattivi scolari”, diceva Antonio Gramsci.