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Turchia prima e dopo Gezi Park: nel 2013 Stefanini fermato e rilasciato, nel 2017 Del Grande in carcere da 11 giorni

Il 17 giugno di quattro anni fa, il fotografo livornese stava documentando le proteste di Istanbul: fu fermato e picchiato, ma dopo due giorni era già in Italia. Da allora ad oggi il paese è cambiato, complice il fallito golpe del 2016. "Sono stato portato in caserma, ma ho potuto subito contattare dei legali e la mia famiglia" ha detto Stefanini al fatto.it. Valeria Giannotta, direttrice del Cipmo: "Lo stato d’emergenza permette al governo di non rispettare libertà e diritti umani"

“Sono stato picchiato e portato in una caserma turca, ma ho potuto subito contattare dei legali e la mia famiglia. Nemmeno 48 ore dopo stavo già tornando in Italia”. La vicenda di Daniele Stefanini, fotografo freelance fermato dalle forze di sicurezza turche durante le proteste di Gezi Park, nel 2013, si è svolta in maniera completamente diversa da quella di Gabriele Del Grande, giornalista e regista da undici giorni nelle mani della polizia di Ankara senza che gli sia permesso di incontrare un avvocato o i suoi familiari. Differenze che spiegano quanto il Paese sia cambiato in meno di quattro anni, passato dall’avvio del cosiddetto processo di islamizzazione, tra il 2011 e il 2012, voluto dall’attuale Presidente, Recep Tayyip Erdoğan, fino agli arresti e alle epurazioni seguite al fallito colpo di Stato del 15 luglio.

Stefanini: “Picchiato a sangue, ma liberato in meno di 48 ore”. Del Grande detenuto da 10 giorni
Il fotografo livornese può considerarsi una delle prime vittime della repressione del governo turco che, negli ultimi anni, è valsa al Paese il primato per numero di giornalisti in carcere. Era l’estate 2013, giorni immediatamente successivi allo scoppio delle proteste di Gezi Park, in piazza Taksim. I cittadini di Istanbul scesero in piazza contro il piano di urbanizzazione dell’area verde di una delle piazze principali della metropoli sul Bosforo. La mobilitazione si trasformò presto in una manifestazione di piazza antigovernativa contro quello che veniva definito il “processo di islamizzazione antidemocratica della Turchia”, voluto dall’allora Primo Ministro Erdoğan, che avrebbe messo in pericolo, sostenevano i critici, la laicità e le libertà nel Paese: restrizioni sulla vendita degli alcolici, maggiore controllo sui media e posizioni contrarie all’aborto da parte di alcuni membri del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) sono solo alcuni esempi.

Nel pomeriggio del 17 giugno Stefanini era in piazza per documentare le proteste: “Sapevano che ero un giornalista – racconta a ilfattoquotidiano.it – Mi hanno fermato e hanno subito gettato a terra la fotocamera, prima di caricarmi su un mezzo per portarmi in caserma”. Il giornalista italiano è stato poi portato dalla caserma in ospedale per curare le ferite dovute ai colpi ricevuti dagli agenti. “Lì – continua il freelance – c’erano avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani. Ho potuto parlare con loro, chiamare la mia famiglia e avviare le procedure per il rilascio. La sera del 17 giugno ero in piazza, la mattina del 19 il Console italiano mi accompagnava all’aeroporto. La Farnesina si attivò immediatamente”. Una storia che sembra ambientata in un Paese diverso da quello che, da ormai dieci giorni, trattiene Gabriele Del Grande senza la possibilità di incontrare familiari, legali e diplomatici italiani.

2013-2017. Attacco alla stampa, purghe e repressione post-golpe
Proprio le proteste di Gezi Park sono considerate il primo punto di rottura tra la vecchia Turchia e quella odierna. Le manifestazioni iniziate il 28 maggio hanno lasciato sul campo 9 morti e oltre 8mila feriti. “Sia la situazione interna che quella internazionale hanno influito su questo veloce mutamento del Paese – commenta Valeria Giannotta, direttrice del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo) che negli ultimi otto anni ha vissuto e insegnato nelle università di Istanbul e Ankara – Pensiamo proprio a Gezi Park: al tempo il dialogo con i curdi era ancora sul tavolo. Poi il governo ha intrapreso la strada del conflitto aperto e, quindi, chi si occupava di questioni curde, come il giornalista Can Dündar che denunciò il traffico di armi verso le milizie jihadiste attraverso il confine turco siriano, ne ha subito le conseguenze. Da quel momento, la stretta sulla stampa, ma non solo, è continuata ad aumentare”.

In soli tre anni e mezzo, in Turchia si è assistito alla rottura tra Akp e l’ex alleato Fethullah Gülen, con successive purghe nella magistratura, nel corpo di polizia, nell’esercito e tra gli accademici; la fine del boom economico; il rinsaldarsi dei rapporti con Stati Uniti e Russia e, parallelamente, la rottura con l’Unione Europea. “Ma il momento storico che ha dato, a mio parere, la svolta definitiva alla trasformazione del Paese – dice Giannotta – è il fallito golpe del 15 luglio 2016”, al quale sono seguiti oltre 47mila arresti e 130mila epurazioni. Una svolta che ha reso la quotidianità turca “claustrofobica, asfissiante”, dice la direttrice del Cipmo, “non solo per i giornalisti. In pochi mesi, quando ancora insegnavo in Turchia, mi sono trovata a sostituire colleghi rimossi dalla loro cattedra”.

La vicenda di Del Grande, conferma Giannotta, è quindi lo specchio di questo cambiamento del Paese avvenuto in appena tre anni e mezzo. “Lo stato d’emergenza che permane dal 15 luglio – spiega – permette alle forze di sicurezza di trattenere una persona in stato di fermo per 15 giorni, senza poter vedere familiari e avvocati. Questo ha permesso al governo di non rispettare libertà e diritti umani fino ad allora riconosciuti”. Situazione accentuata dal cambiamento delle relazioni internazionali turche e dal deteriorarsi de rapporto con l’Unione Europea: “Oggi – continua Giannotta – abbiamo una Turchia che ha riallacciato i rapporti con la Russia (dopo le tensioni successive all’abbattimento del jet russo da parte dei militari di Ankara, ndr) e con gli Stati Uniti (dopo che il governo Akp ha dimostrato maggiore impegno nella lotta allo Stato Islamico, ndr)”.

Non a caso, Donald Trump e Vladimir Putin sono stati i primi a chiamare Erdoğan per congratularsi per la vittoria del “Sì” al referendum del 16 aprile. “Poi c’è la rottura con l’Unione Europea – conclude l’analista – Abbandonata l’idea di entrare a far parte dell’Ue e forti dell’accordo sui migranti, adesso fanno la voce grossa con Bruxelles e con i Paesi membri. Conoscendo l’autoreferenzialità dei suoi membri, più il governo turco vedrà che l’Italia si impegna per liberare Del Grande e più tireranno la corda. Finché il mondo parlerà di questo loro ‘atto di forza’, ad Ankara continueranno a gonfiare il petto. Ecco perché si permettono di trattenere Gabriele Del Grande così a lungo a differenza di quello che fecero con Stefanini”. Respingendo avvocati, familiari e diplomazia italiana.

Twitter: @GianniRosini