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Perché l’Olanda non ha respinto il populismo

L’Europa è salva: “Mark Rutte diga Olandese contro il populismo”, titolava la Stampa il giorno dopo le elezioni olandesi, mentre Repubblica faceva eco: “Elezioni Olanda: vincono i liberali di Rutte, respinta la destra di Wilders”. Un po’ di ottimismo non fa male ma siamo sicuri che le cose stiano proprio cosi? L’exploit del Groenlinks di Jesse Klaver e l’ingresso in parlamento di Denk (che in realtà in parlamento c’era già da almeno un paio d’anni) presi come segnali della sinistra che “rialza la testa” sono fenomeni d’impatto, ma nei fatti di portata  piuttosto limitata. Il vero vincitore politico e morale di queste elezioni è senza ombra di dubbio Geert Wilders.

Vincitore? Già, vincitore. Wilders non aveva un programma elettorale né alcuna intenzione di far istituzionalizzare il suo singolare movimento (personale) d’opinione ed è riuscito in entrambi i propositi. Ve lo immaginate, qualora avesse vinto, nel disperato processo di cercare 30/40 deputati disposti a sostenere un suo esecutivo basato su: chiusura delle moschee, cristianizzazione degli infedeli e uscita dall’Ue? E provate a pensare un partito gestito da un account Twitter, senza nessuna organizzazione -neanche “il blog” o i meet up- con la responsabilità di formare un esecutivo.

Ecco non ci pensate perché questa opzione, il capo, non l’aveva mai tenuta davvero in considerazione. Guardate invece come è andata: 20 deputati per il Pvv, e la sua politica incendiaria proseguirà senza sosta e senza doveri. Questo è indubbiamente il vantaggio di non essere “polderizzati” (un’espressione che indica il venir “assorbiti” dal sistema politico-consociativo olandese dove tutti sono, più o meno, maggioranza e tutti opposizione): non si è parte di accordi do ut des quindi si può dire e fare ciò che si vuole, come fa Wilders.

Geertje ha imposto a tutti la sua agenda e aumentato alla Tweede Kamer la presenza di parlamentari populisti on demand: Rutte sa bene di poter contare su di loro per far passare i più controversi provvedimenti anti-rifugiati, anti-minoranze, anti-clima e anti tutti quei temi cari alla sinistra.

Con queste elezioni, l’Olanda ha completato la metamorfosi che in meno di una generazione ha trasformato il  paese dei “carini e ragionevoli” che tutti conoscevano, in una nazione feroce, egoista, patologicamente ossessionata da soldi e numeri dove la carcassa vuota del multiculturalismo ha lasciato il posto a un preoccupante apartheid culturale che rischia di riportare il Paese indietro di 50 anni. Con indicatori macroeconomici da fare invidia e un tasso di disoccupazione tra i più bassi al mondo è chiaro che il problema non sono le risorse ma la pessima distribuzione di queste e al ricchi/poveri va aggiunta la dicotomia bianchi olandesi/altri. L’Olanda, insomma, sotto gli strati di intonaco colorato che l’ha reso uno dei Paesi più apprezzati e ammirati del mondo, nasconde una polveriera.

La misura preoccupante della deriva è rappresentata dall’ormai celebre: adeguatevi o andate via, rivolto dal premier Mark Rutte alle minoranze. Jesse Klaver ha riassunto l’idea di Rutte in un efficace Tweet: “Il premier tratta il Paese come una multinazionale”. Obbedire oppure andarsene. E pensare che per frasi simili, Hans Janmaat, leader di una microformazione di estrema destra che negli anni ’80 godeva di un discreto successo nei Paesi Bassi, venne processato e condannato. La frase incriminata era “prima la nostra gente”. Per l’Olanda di allora, che viveva ancora i sensi di colpa per i disastri lasciati nel post-colonialismo (ai tanti che ripetono “ma era tanto tempo fa”: no, il Suriname è stato territorio dipendente fino al 1975. Le Antille, de facto, non sono mai state del tutto decolonizzate) l’integrazione, magari solo di facciata, era una religione. Oggi, le cose sono molto diverse.

E lo stesso Wilders, in fondo, potrebbe non essere lontano dal passare il testimone: mentre tutto il mondo guardava lui, si consumava a destra la “battaglia” tra due micro-formazioni populiste che da tempo hanno fiutato il valore del voto populista. Contando sull’eccellente risultato del referendum sull’Ucraina dell’aprile 2016 Voor Nederland, guidata dall’ex volto tv Jan Roos, un giornalista noto per le uscite xenofobe e omofobe e Forum voor Democratie, un comitato referendario trasformato in partito, e guidato dallo storico ed esponente dell’”alt-right” olandese Thierry Baudet, hanno lanciato la sfida. Alla fine l’ha spuntata quest’ultimo agguantando due seggi. Forum voor Democrazie è un “Pvv light” come lo ha definito il suo fondatore, teorico dell’”invasione” dai paesi musulmani, della difesa dell’identità olandese e sostenitore degli stati-nazione.

Baudet è giovane -34 anni-, presentabile, e insegna storia all’università; è opinionista su diverse testate nazionali e ha una lunga lista di pubblicazioni al suo attivo. E’ insomma il personaggio perfetto per rappresentare la classe media (bianca) impiegatizia radicalizzata. L’Olanda ha, quindi, respinto il populismo? No, probabilmente lo ha solo normalizzato.