Scuola

Caro accademico svizzero, sarà il caso di rileggere insieme la lezione (mai attuata) di don Milani

Caro Lorenzo Tomasin, professore ordinario all’Università di Losanna, nei giorni scorsi sull’inserto culturale del “Sole24ore”, si è divertito a “smontare” “Lettera a una professoressa, in occasione dei 50 anni dalla sua pubblicazione. Chi le scrive è un maestro, suo coetaneo, che insegna in un paese della Pianura Padana, in uno di quei luoghi che definisco le “Barbiana” di oggi. Sono paesi (e in Italia sono tanti) dove non ci sono librerie, edicole, musei o la rete wifi, ma solo la Chiesa, la scuola, il bar e l’ambulatorio medico. Paesi nei quali i genitori laureati, in una classe, si contano sulle dita di una mano.

Uno scenario che forse lei che insegna a Losanna, non conosce e nemmeno può immaginare. Così come, forse, è trascorso troppo tempo da quando ha frequentato una vera scuola dal momento che è convinto che “molte delle raccomandazioni di don Milani e dei suoi ragazzi” hanno trovato “realizzazione”. A tal proposito cito le sue parole per onestà nei confronti dei lettori: “Dalla sostituzione delle vecchie e inutili materie letterarie (a partire dall’inutilissima storia antica e dalla perfida poesia dei classici) con l’educazione civica e con la storia d’oggi; dalla cacciata della grammatica intesa come strumento d’oppressione all’abolizione di ogni forma di giudizio che distingua tra più bravi e meno bravi; dalla soppressione de iure o de facto della bocciatura – di ogni bocciatura – all’adeguamento del sistema educativo al passo dei più lenti”.

Forse non si è accorto che, purtroppo, l’educazione civica nelle nostre scuole non si fa e che la maggior parte dei nostri ragazzi non sa nemmeno i primi 12 articoli della Costituzione. “L’inutilissima storia antica” è rimasta tra le materie mentre la maggior parte dei nostri giovani arriva ancora a studiare fino alla Seconda Guerra mondiale senza sapere nulla di Aldo Moro, di Falcone e Borsellino, di Ustica, della strage di piazza Fontana.

Lei, caro accademico, è persino convinto che non si bocci più. Mi spiace doverla informare che a cinquant’anni dall’appello di don Milani a non bocciare, solo lo scorso anno nella scuola primaria, sono stati bocciati 11.071 bambini. Per la sua gioia, inoltre, nei decreti delegati sta per essere riconfermata dall’attuale ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, la possibilità di bocciare anche alle elementari dopo che vi era stata una speranza di realizzare almeno quella parte della “Lettera” del priore.

E sa chi sono questi ragazzi? Non si chiamano più Pierino come nella lettera del priore, ma Yussef o Totò: secondo l’ultimo report sulla dispersione scolastica l’identikit degli scolari considerati a maggior rischio di abbandono scolastico corrisponde al profilo degli stranieri e dei ragazzi delle regioni meridionali più povere.

Caro accademico, se lei ha figli sicuramente avranno libri, potranno ascoltare musica, frequenteranno la migliore scuola svizzera, viaggeranno, ma deve sapere che la realtà non è molto diversa da quegli schemi riportati in “Lettera ad una professoressa” quando don Milani mostrava che la bocciatura era legata alla classe sociale.

Ma rileggiamo insieme un passo della “Lettera ad una professoressa”: “Dei sei ragazzi bocciati, quattro stanno ripetendo la prima. Per la scuola non sono persi, ma per la classe sì. Forse la maestra non se ne dà pensiero perché li sa al sicuro nella classe accanto. Forse se li è già dimenticati. Per lei che ne ha 32, un ragazzo è una frazione. Per il ragazzo la maestra è molto di più. Ne ha avuta una sola e l’ha cacciato. Gli altri due non sono tornati a scuola. Sono a lavorare nei campi. In tutto quello che mangiamo c’è dentro un po’ della loro fatica analfabeta.

Pensa davvero, caro professore, che sia cambiato qualcosa quando Daniele, arrivato in prima media, dopo aver cercato in lui il meglio che poteva fare nella mia classe alla primaria, viene bocciato solo perché non sa rispondere alla verifica a quiz della professoressa? Chi come me fa il maestro, provando a seguire ancora i valori trasmessi dal priore, non crede a nessun – “sistema” come scrive lei – “che vuole fregare la gente”, ma ha sotto gli occhi, come l’aveva don Milani, una classe docente che non ha compreso il valore del verbo “insegnare”; che è convinta che basti una laurea in matematica o in lettere antiche per entrare in una classe e parlare a dei ragazzi, affascinarli nei confronti di una materia, persuaderli a studiare anche quando non hanno voglia, far loro amare la lettura, magari anche sfogliando un quotidiano.

Caro Tomasin, io non sto con quella professoressa e nemmeno con don Milani, sto semplicemente dalla parte dei Pierino di ieri e dei Totò di oggi.
E se nel 2017 abbiamo 1,3 milioni di ragazzi tra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano è grazie a quella professoressa che non si è preoccupata di quest’ultimi, degli svogliati, di chi arriva dall’Egitto a 9 anni e non ha diritto a un mediatore culturale; di quelli che a casa non hanno alcun libro e Roma l’hanno vista solo in cartolina.
E’ la stessa professoressa che come cita la “Lettera”, “s’era fermata alla prima guerra mondiale. Esattamente al punto dove la scuola poteva riallacciarsi con la vita. E in tutto l’anno non aveva mai letto un giornale”.

Caro Tomasin, la mia scuola non è a Barbiana: è molto più vicina, in Lombardia: venga a trovarmi e poi rilegga, come lo chiama lei, “quel libriccino”. Forse le verrà voglia di riscrivere anche il suo articolo.