Scienza

Nasa, scoperto un sistema planetario alieno: “Una nuova Terra? Non è più questione di se ma quando”

"Si tratta di un passo importante verso un obiettivo prioritario per la scienza: trovare - dice Thomas Zurbuchen, associate administrator del Direttorato Nasa -una risposta alla domanda se siamo soli nell’Universo”. “Questa scoperta - commenta Nichi D’Amico, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) - è importante non solo dal punto di vista scientifico, ma anche culturale. Sapere con sempre maggiore sicurezza che oltre il nostro Sistema solare ci sono luoghi potenzialmente favorevoli alla vita è semplicemente affascinante”

Non saranno infiniti, come scrisse più di quattro secoli fa Giordano Bruno, ma i nuovi mondi affollano sempre più numerosi il cielo stellato. La Nasa ha annunciato la scoperta di un nuovo sistema planetario alieno. Il più grande mai scovato con tanti possibili sosia della Terra, in orbita intorno alla stessa stella. Sette i pianeti extrasolari dalle dimensioni terrestri individuati. Tre di loro, secondo gli scienziati, si trovano nella cosiddetta “zona di abitabilità”. Uno speciale spicchio di spazio alla giusta distanza dalla stella madre. Né troppo vicino, né troppo lontano. Tale, cioè, da consentire l’eventuale presenza in superficie di oceani d’acqua, condizione fondamentale per incubare la vita. I mondi alieni orbitano intorno a una stella vicinissima, in termini astronomici, al Sistema solare. Si chiama Trappist-1 ed è distante appena 39 anni luce, nella costellazione dell’Acquario. L’annuncio della scoperta, coordinata dall’Università belga di Liegi e appena pubblicata su Nature, è stato dato dalla Nasa durante una conferenza stampa convocata al quartier generale di Washington.

“È davvero fantastico. Trovare una nuova Terra non è più una questione di se, ma di quando – commenta a caldo Thomas Zurbuchen, associate administrator del Direttorato Nasa -. Si tratta di un passo importante verso un obiettivo prioritario per la scienza: trovare una risposta alla domanda se siamo soli nell’Universo”. La stella intorno alla quale orbitano i nuovi mondi è una nana rossa ultrafredda e ha una massa pari all’8% di quella del Sole. “Se considerassimo il Sole come un pallone da basket, la stella Trappist-1 sarebbe una pallina da golf”, sottolinea Michael Gillon, astronomo presso l’Università di Liegi.

“Questa scoperta – commenta Nichi D’Amico, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) – è importante non solo dal punto di vista scientifico, ma anche culturale. Sapere con sempre maggiore sicurezza che oltre il nostro Sistema solare ci sono luoghi potenzialmente favorevoli alla vita è semplicemente affascinante”.

La scoperta è stata possibile grazie alle osservazioni congiunte effettuate da telescopi basati a terra – come il Trappist-South presso l’Osservatorio di La Silla, in Cile, e il Very Large Telescope al Paranal, entrambi dell’European southern observatory (Eso) -, e dallo spazio con il telescopio Spitzer della Nasa. Per scovare i nuovi mondi, gli astronomi hanno utilizzato la cosiddetta tecnica del transito, che permette di catturare ogni minima diminuzione della luce emessa da una stella a causa del passaggio di un pianeta che le orbita intorno. Transito che genera sulla stella piccole eclissi, come se sulla sua superficie il pianeta disegnasse un minuscolo neo. È di pochi giorni fa la notizia della pubblicazione on line di una nuova enciclopedia di pianeti alieni. Un catalogo di 100 nuovi mondi esterni al Sistema solare. Attualmente, secondo la NASA, il totalizzatore di esopianeti, aggiornato al febbraio 2017, conta circa 3500 pianeti confermati e circa 600 sistemi planetari con più mondi Meno di 5000, invece, i possibili candidati osservati dal telescopio spaziale Kepler della Nasa, e ancora da confermare.

La maggior parte dei mondi alieni scovati finora è rappresentata da cosiddetti gioviani caldi. Giganti gassosi come Giove e Saturno, perlopiù inadatti a ospitare la vita, così come la conosciamo sulla Terra. Negli ultimi anni, però, è cresciuto il numero di pianeti rocciosi, con caratteristiche in qualche modo confrontabili al nostro. Per sapere se ospitano forme di vita, magari microbica, bisognerebbe però studiarli con maggiore dettaglio. A partire dalla presenza di un’eventuale atmosfera, a caccia di molecole organiche. Come la clorofilla, inequivocabile spia della presenza di vita. Un aiuto in questo campo di studi potrebbe arrivare già a partire dai prossimi due anni dal successore di Hubble, il telescopio spaziale Nasa/Esa James Webb, il cui lancio è in programma nell’ottobre 2018. O dal successore di Kepler, il telescopio TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) anch’esso targato Nasa, sempre in calendario nel 2018, da cui gli scienziati si attendono un migliaio di esopianeti nuovi di zecca da studiare.

L’abstract dello studio su Nature