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Natura: Norvegia “on the road” nelle isole dove la neve e le aurore boreali danno spettacolo

Bianchi paesaggi da cartolina punteggiati di casette rosse; verdi drappeggi in cielo nel buio quasi artico. Alle Lofoten e alle Vesterålen, terre frastagliate dove il freddo è mitigato dalla corrente del Golfo, l’inverno è un inverno vero. Popolato di renne, stoici cavalli, balene e merluzzi come se piovesse…

Bianco, dappertutto. Ma senza eccessi. La neve arriva alla fine dell’autunno, lieve ma costante, come le pioggerelle scozzesi che fanno diventare di un verde brillante quell’umido pezzetto di mondo. Solo che qui è neve. Farinosa, ghiacciata o soffice, copre ogni cosa. Un inverno perfetto, che va avanti fino a febbraio. Poi, a marzo-aprile, il bianco si squarcia qua e là, lasciando affiorare la terra bruna. Non ce li ricordiamo più, noi, questi inverni da favola, da cartolina di auguri di Natale. Così, un viaggio da queste parti si lega a ricordi. Memorie d’infanzia dirette per chi ha l’età per rammentare l’Italia pacata delle nevicate (e delle pioggerelle) al momento giusto. Ricordi dei racconti della nonna per chi non è abbastanza vecchio.

Il posto è il nord della Norvegia, oltre il Circolo polare artico, dove l’Europa si sfrangia in isole e isolette. Terra di renne e leggende, popolate di elfi e troll. Certo, si deve sentire nostalgia del bianco gelido per scegliere di venire da queste parti invece di inseguire soli caraibici e spiagge bollenti. Fa freddo, qui, anche se un po’ mitigato dalla corrente del Golfo. Ma è quel freddo che arrossa le guance e stimola reazioni vitali. La primavera nordica che trattiene le magie dell’inverno comincia giù, nei giardini di Oslo che sembrano tanti minuscoli Central Park pieni di gente sdraiata sui prati sotto un pallido sole e nelle piazze e nei caffè di Bergen, con la loro atmosfera un po’ parigina. Milleseicento chilometri più su, invece, il silenzio e una natura imponente. Evenes: un piccolo aeroporto, gli abitanti di un block di Los Angeles, un albergo, uno spiazzo dove il trovare l’auto sotto la neve è una caccia al tesoro. Quattro ruote chiodate e una sola strada. È la E10, la Lofast, una pista lunga e ghiacciata, con ponti spettacolari e tunnel, che vaga in un paesaggio sbriciolato che proprio questo serpente di asfalto tiene unito facendolo diventare Paese. Trecento chilometri per arrivare a Å (che si pronuncia “o”), villaggio nell’estremo sud dell’arcipelago delle Lofoten. Duecento, deviando sulla Rv85 e proseguendo sulla Fv 82, per Andenes, punta settentrionale delle isole Vesterålen.

Questo è un viaggio on the road, solitario, puntando a ovest. Dove sono tutti? Rare le auto, pochi i camion, annunciati da una nuvola di neve così come le carrozze del Far West dalla polvere, che scompaiono in uno sfarfallio bianco. Chilometri e chilometri muti e incantati, un paio di brevi tormente di neve col vento che spara in faccia granelli di ghiaccio. Sosta d’obbligo, nell’isola di Hinnøya, all’Inga Sámi Siida, un insediamento dei sami della Lapponia dove mostrano le tradizioni, gli abiti e le tende di pelli di renna simili ai tipi dei nativi americani. In un paio di recinti c’è appunto qualche renna, giusto per farla accarezzare ai bambini. In realtà le vedi dappertutto, le renne, correre a branchi o solitarie, ferme a frugare con il muso nella neve in cerca di qualche ghiotto lichene da brucare. Non sono selvagge, appartengono sempre a qualcuno. Vivono libere come i bisonti nei grandi parchi del Dakota (che sono di proprietà del governo); ogni anno vengono radunate (come i bisonti) e gestite dai vari proprietari. Senza recinzioni. Non come al Polar Park di Bardu, 70 chilometri a est di Evenes. Un parco faunistico di 110 ettari, con boschi e radure dove vivono lupi, orsi, volpi artiche, linci. E alci, ghiottoni, buoi muschiati. Hanno cibo e cure: non devono lottare per la sopravvivenza. Intorno ai 110 ettari, però, c’è una rete. Non ci sono occhi felici dietro le maglie. E la gente si fa foto ricordo con quegli occhi tristi…

Una pista ghiacciata da fare senza fretta, perché i limiti sulla E10 sono da centro urbano, la polizia non scherza e le quattro gomme chiodate danno sicurezza, ma fino a un certo punto. E poi, uno dietro l’altro, ci sono squarci di paesaggio da guardare, “toccare”: un laghetto ghiacciato con due oche che pattinano, un fiordo in cui si specchiano le montagne, un villaggio di quattro case rosse, cavalli neri che se ne fregano della bufera e i loro manti scuri nel bianco della neve che turbina costringono a fermarsi per una foto.

E arriva Andenes, balcone sul buio mare di Norvegia in odore delle acque di Barents, che è già Mar glaciale artico. È l’estremo nord dell’isola di Andøya, una delle cinque maggiori dell’arcipelago, collegate tra loro da ponti spettacolari. È la città delle balene, Andenes. Vive di balene. E di merluzzo, naturalmente. Pescato, decapitato e appeso a grandi stenditoi di legno per essiccare al vento secco, diventa stokkfisk, “pesce a bastone”. Che è lo stock fish, “pesce da stoccaggio”, diventato per noi, con libera traduzione, lo stoccafisso. Li vedi ovunque i milioni di merluzzi destinati a finire nel piatto con la polenta. Fanno parte del paesaggio. Li senti, perfino: emanano un odore talmente forte che entra in auto anche con i finestrini chiusi. Per vedere le balene, invece, si salpa a bordo di barche di acciaio rosse, ai comandi un capitano con baffi e faccia da capitano norvegese. Si deve prendere il mare, quel mare che fa paura solo a guardarlo, anche quando non è troppo arrabbiato. E spesso lo è. Infatti non ci si può sempre andare a vedere le balene. Le truppe di turisti giapponesi, americani, italiani si accampano in attesa del momento giusto. Intanto visitano il museo e vagano per la cittadina silenziosa, fra bassi condomini di cemento. Attraverso le finestre sbirciano la vita familiare che si svolge all’interno. Qui le tende non usano… Capita che siano sorpresi dall’aurora boreale, proprio lì in mezzo ai condominietti. Drappeggiata in cielo, quell’enorme “tenda” verde non è uno spettacolo riservato a chi si aggira nei boschi o si rifugia nelle isolatissime casette rosse, ben fuori dai centri abitati. Si ammira anche qui, in una sorte di versione urbana. E fa uno strano effetto. All’Andøya Space Center rilasciano i bollettini sul grado di probabilità che il fenomeno accada (la stagione va da fine settembre alla fine di marzo); intanto, allo Spaceship Aurora, si può fare un’esperienza “spaziale”, un viaggio “dentro” le luci del Nord. Poi, con un po’ di fortuna, finalmente il mare si concede. Allora i battelli rossi si spingono al largo e a quel punto l’incontro con i capodogli è assicurato: nel senso che, se non dovessero farsi vedere, il whale watching successivo è offerto dalla casa. Tanto lo sanno che la gita andrà a buon fine. Finché ci saranno calamari, nell’oscuro fondo, i capodogli arriveranno. E se non si vede il loro sbuffo d’acqua all’orizzonte, basta aspettare. Sono giù a pasteggiare, ma risaliranno per prendere l’aria sufficiente per un’altra mezz’oretta di immersione. Spariscono regalando lo spettacolo per cui tutti sono lì: i corpi immensi che si inarcano flessuosamente per inabissarsi e infine le code. Ah, le code… Pochi secondi ed è finita.

A sud, le Lofoten sono le altre briciole della Norvegia. Ancora ponti e la strada che sembra una pista da bob, senza sponde, però. Si snoda sinuosa seguendo la costa frastagliata, passa laghetti, fiordi, montagne, scivola lungo pianure di torba e paludi. Si scende fino a Svolvær, una città quasi normale, rispetto al paesaggio irreale di Andenes. Gente per le strade, auto, perfino qualche difficoltà di parcheggio. C’è un grande porto, una “fabbrica” di stock fish e battelli turistici che portano fuori nel fiordo a pescare i merluzzi sfiancati dalla migrazione attraverso lo stretto di Bering. Arriveranno per la riproduzione, proprio e sempre qui, costi quel che costi. Basta aspettarli e buttare lenze e reti. Di questo gli abitanti hanno sempre vissuto. Se la godono anche le aquile, che si buttano a capofitto nel mare, una dietro l’altra, e se ne vanno con un pesce fra gli artigli. Una scena quotidiana: nelle Highland scozzesi ci sono le pecore che brucano nelle distese verdi; qui le aquile che vanno a caccia nel profondo blu.

Non resta che spingersi fino a Å (che, con Y in Francia, detiene il primato di toponimo più corto del mondo), anche per vedere il museo dello stoccafisso. Più in là di così non si può andare. Non in auto, almeno. E poi sta arrivando la primavera e il fascino della neve finirà.

 

INFO

www.visitnorway.it/dove-andare/norvegia-settentrionale/le-isole-lofoten

www.lofoten.info/en

www.visitnorway.it/dove-andare/norvegia-settentrionale/vesteralen

http://visitvesteralen.com/en