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Podemos, le due anime e il rischio di finire nell’angolino

Unità e umiltà” ha scandito a gran voce Pablo Iglesias nel discorso tenuto domenica non appena annunciati i risultati del secondo congresso di Podemos. Risultati che avrebbero dovuto essere diffusi ufficialmente nel pomeriggio, ma che una fuga di notizie a eldiario.es ha costretto ad annunciare già in mattinata, invertendo così l’ordine del giorno del congresso. Si tratta di un leak che, forse, aveva l’intenzione di stemperare la tensione che un annuncio a freddo avrebbe potuto causare, a conferma del fatto che l’unità e soprattutto la serenità sono condizioni perse che Podemos dovrà ricostruire con pazienza e virtù dopo settimane di polemiche interne molto virulente.

A vincere al termine di una sfida atipica è dunque l’opzione di Pablo Iglesias. Il numero 2 del partito Íñigo Errejón aveva infatti desistito dal presentarsi alla Segreteria Generale, preferendo il lancio di una propria lista per la Direzione e documenti congressuali alternativi. Un modo per influenzare la linea politica, pur senza voler contestare il ruolo centrale che occupa Iglesias, che aveva però chiarito che si sarebbe subito dimesso se avesse perso il controllo della direzione.

L’incertezza è prevalsa per tutta la giornata del sabato. Era ipotizzabile che Iglesias avesse la meglio, ma il margine era materia di speculazione. Le recenti votazioni interne per il rinnovo degli organi dirigenti di Madrid e per decidere il metodo elettorale del congresso avevano rivelato uno scarto ridotto tra le due correnti, ma – come confessato da molti dirigenti – nessuno sapeva davvero chi fossero gli iscritti, una base di oltre 450 mila persone registratesi per via digitale di cui hanno votato poco più di 150 mila. A fare la differenza sono state la centralità carismatica della figura di Iglesias presso la propria militanza, e la difficoltà da parte di Errejón di rendere conto di una sfida lanciata solo a metà, nonché di una virata sulla questione organizzativa che in molti hanno interpretato come interessata (dal verticalismo sostenuto insieme a Iglesias nel Congresso del 2014 all’attuale atteggiamento democratico).

Ma quali erano le differenze sostanziali tra le due piattaforme? A partire dalle elezioni generali di dicembre 2015, tra i due sono iniziate ad emergere differenze considerevoli circa l’orientamento strategico. Iglesias ha progressivamente adottato una posizione di maggiore radicalità, espressa in particolare attraverso un netto rifiuto al dialogo con i socialisti e la riappropriazione di un vocabolario vicino alle proteste sociali. Questo approccio si è intensificato dopo le ultime elezioni di giugno 2016 che hanno chiuso un ciclo elettorale durato oltre 2 anni. Per Iglesias, il ruolo di Podemos non sarebbe tanto quello di distinguersi per il lavoro istituzionale – che Errejón invece crede non vada disdegnato -, quanto quello di manifestare vicinanza alle lotte sociali in corso, proponendosi quindi come la loro traduzione politica. Prova di questo nuovo corso è il ruolo prominente giocato dai volti nuovi del pablismo, tutti perlopiù provenienti dal mondo della sinistra comunista e dell’attivismo.

Errejón al contrario pensa che dopo il 15M la Spagna non viva una fase di particolare effervescenza militante, ma che ci siano piuttosto degli elementi del senso comune avversi alle politiche di austerità e la precarizzazione del lavoro. Questi tuttavia vengono vissuti ed espressi attraverso modalità e simboli alieni alla cultura della sinistra più militante. Proprio per questo l’intuizione alla base della fondazione di Podemos era quella di trascendere l’asse destra/sinistra (rimpiazzata da quella basso/alto) e dar vita a una soggettività politica non riducibile alla vecchia sinistra. Non a caso la parola più usata da Errejón per definire il proprio progetto è “trasversalità“, a significare la necessità di allargare le basi di Podemos per “creare un popolo” più ampio che sappia sedurre settori eterogenei e con un grado di politicizzazione inferiore a quello dei militanti più ferventi. Al contempo, Errejón riconosce la pervasività della cultura del Partito Socialista tra i ceti popolari e medi spagnoli: questo non significa esserne succubi, ma prendere atto che gli elettori socialisti vedranno in Podemos una nuova opzione solo nel momento in cui la loro biografia non sarà oggetto di un costante discredito.

Podemos rimane la migliore opzione per il cambiamento della Spagna. La sua irruzione ha costretto le élite alla difensiva, mettendo sul piatto questioni escluse dal dibattito pubblico. Il risultato di questo Congresso tuttavia rappresenta un rischio di normalizzazione: un ripiegamento identitario che potrebbe ricollocare il partito nell’angolino sinistro. Non a caso sono in molti a pensare che al dominio indiscutibile di Iglesias presso il fulcro dei propri sostenitori, si contrappone il miglior gradimento di Errejón oltre il confine dei fidelizzati. Forse il mantenimento del tandem – e non solo della figura di Errejón, bensì anche della sua area che ora teme di essere ostracizzata – potrebbe essere la soluzione più saggia per tener fede alla promessa di unità e umiltà, e continuare a rappresentare la promessa di una Spagna più giusta e democratica.