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Donald Trump, perché resistergli non basta

Le recenti manifestazioni anti-Trump del dopo insediamento hanno dato voce a enunciazioni di principio che sono puntuali e giuste. Quindi sembra scontato ribadire quanto condivisibili siano e quanto necessario sia condividerle. E mi riferisco in particolare ai forti richiami al rispetto delle donne, e più in generale direi delle persone, di ogni origine e credo. Detto ciò, resta però da chiedersi quanto questo enorme sfogo di energia civile sia in grado di sostenere anche una spinta costruttiva e non solo critica. In altre parole, se è vero, come io credo sia vero, che Trump è la risposta sbagliata a un problema forte e concreto, cioè l’insicurezza della classe media americana nel mercato globale del post-crisi, ribadire a gran voce quanto sbagliata sia la risposta quanto può aiutarci a delineare quale sia la risposta giusta? Io credo non molto.

 

Alcuni giorni fa Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greche, ha pubblicato un articolo sul Guardian in cui, con un titolo semplice ma efficace, sosteneva che abbiamo bisogno di un’alternativa al nazionalismo di Trump, e che questa alternativa non può essere lo status quo. Secondo Varoufakis nell’autunno del 2008 si è consumata, con il crollo delle illusioni finanziarie, la fine di un’epoca. E’ crollato il mito di un mercato che, se lasciato funzionare senza impedimenti, avrebbe portato efficienza e prosperità in tutto il globo. Ora, scrive Varoufakis, l’unica soluzione che possa salvare l’occidente dal fracasso dell’utopia neo-liberista, tenendolo allo stesso tempo lontano dalle trappole populiste, è rappresentato da un internazionalismo progressista che dovrebbe farsi promotore di un New Deal transatlantico.

A questo punto, che si concordi o meno con l’analisi di Varoufakis, è secondo me chiaro che sia il populismo europeo che quello americano si nutrono di un malessere sociale diffuso. Molti si chiedono come mai Trump sia riuscito a ottenere questo clamoroso successo in un momento in cui la situazione economica in America non è così drammatica come nel 2008. E soprattutto come abbia fatto a farsi votare dai ceti medio-bassi con un programma economico, che a differenza di quello di molti partiti della destra populista europea, è principalmente volto a ridurre la spesa sociale. La risposta è abbastanza evidente, credo. Trump si rivolge di continuo a quelli che lui chiama gli “uomini dimenticati”, e che non dobbiamo necessariamente identificare con le persone povere. Indipendentemente da quanto ricco o povero sia in questo preciso momento, l’individuo dimenticato è quello che nell’ultimo decennio ha toccato con mano l’insicurezza della sua condizione sociale. Ha preso atto della fragilità del suo lavoro, ed ora ha paura, per sé, e per i suoi figli. A queste persone Trump ha di fatto prospettato l’immagine di un futuro diverso in cui l’America si richiude a riccio su se stessa, riacquisisce la capacità di difendere le sue industrie e il suo lavoro dalla concorrenza straniera, e torna ad essere grande.

Alla luce di queste premesse, questo spirito da resistenza, rivoluzione e liberazione, che pian piano è andato crescendo nei giorni successivi all’insediamento del Tycoon newyorkese, e che indubbiamente è impressionante per intensità e dimensioni, sembra mancare di un aspetto fondamentale, cioè quello propositivo. L’impressione che si ha è che per l’elettorato scontento che manifesta contro Trump il problema consista semplicemente nel liberare l’America dal flagello di un Presidente che ritiene inadatto. In altre parole, se all’improvviso Trump si dimettesse, quale sarebbe l’alternativa progressista che gli oppositori di Trump metterebbero in campo o sosterrebbero? Credo Varoufakis abbia pienamente ragione nel dire che l’alternativa al nazionalismo di Trump non può essere un ritorno allo status quo. Se, ad esempio, migliaia di cittadine americane hanno votato Trump nonostante le sue uscite, inaccettabili, sulle donne, ciò significa che la situazione di malessere, reale o semplicemente percepito, dell’elettorato americano è talmente grave che la destituzione del nuovo Presidente non risolverebbe il problema strutturale.

Ciò che sorprende, più di ogni altra cosa, è che questo enorme coinvolgimento politico degli ultimi giorni del popolo americano sia venuto fuori a giochi ormai fatti. Se una simile spinta progressista avesse sospinto un candidato alternativo come Bernie Sanders, forse Trump se la sarebbe dovuta vedere nello scontro finale con un progetto altrettanto critico dello status quo, e capace di parlare alla stessa America che ha consegnato le chiavi della Casa Bianca all’imprenditore novello politico. In un Paese con così poca mobilità sociale come gli Stati Uniti, e in cui i redditi più bassi fanno ancora molta più fatica a crescere di quelli più alti, forse la proposta di un maggiore coinvolgimento dello Stato in settori delicati come la sanità e l’istruzione, un piano di investimento sulle infrastrutture, e un serio programma di tassazione sulle attività finanziarie, avrebbero forse potuto rappresentare una prospettiva di cambiamento molto più valida del nuovo conservatorismo protezionista di Trump.

Il rischio è che la Presidenza Trump scateni una reazione tanto forte contro la cura sbagliata da distogliere l’attenzione dal malessere che l’ha originata, facendo passare in secondo piano ogni ragionamento, sulla sponda progressista, riguardo le cause strutturali che hanno portato a uno dei più bizzarri risultati elettorali della storia del Paese.