Cultura

Cristina Campo, perché riscoprire la scrittrice della ricerca interiore

Oggi ricorrono quaranta anni dalla scomparsa di Vittoria Guerrini, nota nel mondo delle lettere col nom de plume di Cristina Campo, una delle voci più alte della letteratura italiana del Novecento.

Non limitiamo il giudizio all’ambito delle scrittrici, che in Italia può vantare personalità altrettanto straordinarie quali Amelia Rosselli e Anna Maria Ortese, diversamente maestre di stile e profondità introspettiva. Cristina Campo rappresenta un unicum luminoso, per grazia espressiva e abissale scavo interiore.

Per la Campo, la scrittura è un atto fatidico, un’evocazione spirituale, un corteggiamento rigoroso e devoto della meraviglia, dello stupore, dell’invisibile. Accanto Elémire Zolla, suo compagno dal ’59 fino alla morte nel ’77, grande studioso e ricercatore delle tradizioni mistiche ed esoteriche, la scrittrice esplorò sentieri di conoscenza arditi e raramente battuti nell’Occidente contemporaneo.

L’autrice fu raffinata traduttrice, poetessa capace di rare vette, creatrice di pagine memorabili di riflessione sul senso della fiaba e della liturgia, a cui va troppo stretta l’arida etichetta di saggistica. Cristina Campo aveva il dono di conciliare nella sua prosa il nitore del pensiero con la musicalità poetica di uno stile nobile.

Nell’incanto delle sue pagine si ritrovano tracce ed echi di sapienze smarrite, la lenta ricostruzione di tradizioni frantumate e disseppellite, una danza impercettibile di memorie e sincronie, sempre tesa all’affrancamento dalla contingenza, sempre prossima al rapimento estatico. Una pagina di Cristina Campo può apparire come uno spartito perfetto, giocato tra dicotomie ossessive, inquietanti simmetrie, evocando Blake, che si dissolvono nella quiete di una sapienza atemporale. Uno stile forgiato al fuoco della traduzione di autori fondamentali, quali Hugo von Hoffmansthal, William Carlos Williams, Marcel Proust e Simone Weil.

Ecco, Simone Weil, soprattutto, la grande pensatrice politica e ricercatrice mistica di cui la Campo fu suprema traduttrice e principale ambasciatrice intellettuale nel nostro paese. Immediato è accostare le due grandi scrittrici come sorelle spirituali, pur nel diverso esito della loro ricerca. Simone Weil rimane fieramente sulla soglia della Chiesa Cattolica, pur nell’ardore del suo spirito cristiano, nelle parole definitive de La Lettera a un Religioso: “Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, o vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia“; Cristina Campo aderisce con, vorremmo dire, disperato entusiasmo alla tradizione cattolica, nell’urgenza del recupero del senso del sacro, del potere ieratico della liturgia, come scrisse a Rodolfo Quadrelli nella Vigilia di Pentecoste: “La liturgia è l’archetipo supremo del destino e non solo del destino dei destini, quello di Cristo, ma del destino, semplicemente. È, per così dire, la suprema fiaba, quella a cui non si può resistere”.

Questo legame, tra fiaba e sacro, ispira alcune delle pagine più alte della Campo, quelle de Il Flauto e il Tappeto (meritoriamente raccolte da Adelphi, come ha pubblicato tutta l’opera della Campo, nel volume Gli Imperdonabili), in cui ciò che emerge è la seduzione musicale di uno stile colmo di garbo superiore, ciò che l’autrice definiva “sprezzatura”, citando due versi dell’amato Hugo von Hoffmansthal: “Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta. Due versi la racchiudono, come un astuccio l’anello: ‘Con lieve cuore, con lievi mani la vita prendere, la vita lasciare…'”.

Al di là della fede, al di là delle distanze ideologiche, ciò che rimane dell’opera della Campo è l’incanto di una prosa benedetta, l’aura solenne di versi degni di sfidare l’indicibile, di preservare la meraviglia, il dono che il critico Pietro Citati, suo grande amico, evocò, in un commosso ricordo della sua persona, come “grazia inafferabile“. Invito i lettori a scoprire lo splendore intatto dell’opera letteraria di Cristina Campo, specchio e trasfigurazione di una profonda ricerca interiore.