Cultura

Le belle contrade di Piero Camporesi, l’Italia ‘vista dalla bottega’

Il Saggiatore prosegue il progetto di rivitalizzazione del corpus delle opere di Piero Camporesi ripubblicando Le belle contrade con un sottotitolo essenziale: la nascita del paesaggio italiano; un libro importante e affollato di vita materiale con suggestive costruzioni culturali.

La mirabile prefazione di Giorgio Boatti introduce uno di quei volumi che si può considerare a pieno diritto un grande capitolo della ricostruzione della sensibilità comune, in tempi che necessitano di una nuova “unificazione” nazionale.

Sin dall’inizio Caporesi, con una scrittura vivace e attenta al più piccolo dettaglio, chiarisce il significato di concetti spesso dati per scontati o non abbastanza conosciuti: “Nel Cinquecento non esisteva il paesaggio, nel senso moderno del termine, ma il ‘paese‘, qualcosa di simile a quello che per noi è oggi il territorio”. Questa precisazione dell’autore è necessaria per capire che quello italiano è un Paese visto dal basso, osservato dalla bottega, dalla piazza, dall’aia, dall’osteria.

Insomma lo sguardo di Camporesi ci fa vedere un’Italia di cose e di genti, di mestieri e di antimestieri, di affari e di malaffari. E così la visione aerea, dall’alto, sperimentata dal Petrarca che scala nel 1336 il suo Monte Ventoso, rimarrà uno splendido caso isolato. Immagini paesaggisitche, scorci panoramici, viste pittoresche sono impensabili per gli uomini del Cinquecento: il loro occhio – afferma Camporesi – perlustra con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana.

A questo punto il “ricercatore” Camporesi ci porta a conoscenza di personaggi blasonati come tal Francesco Guicciardini (il quale descrive piuttosto l’ambiente che il paesaggio) o figure minori dai nomi suggestivi come Teofilo Folengo, Vannoccio Biriguccio, Cipriano Piccolpasso; il tutto con gustose testimonianze che rendono il volume avvincente.

Ma è proprio l’Italia minore a interessare l’autore , è il Paese delle arti meccaniche e dei mestieri della mano, dal quale la geografia del lavoro emerge con prepotente vitalità. I prodotti di questa cultura materiale, bottegaia, artigianale, campagnola, costituiscono per Camporesi le più notabili, le più memorabili, le più mostruose (nel senso antico di meravigliose) cose d’Italia.

Il libro è ricchissimo di curiosità e al tempo stesso di nuovi spunti. E’ un contenitore pieno di rimandi e anche le note poste nelle ultime pagine del volume sono, in realtà, importanti per entrare nelle numerose porte aperte da Camporesi.

Par di sentire forti gli odori, anche sgradevoli, quando l’autore dedica spazio alle miniere e ai metalli con il mondo desolato delle montagne metallifere che si anima talvolta di strane e indefinibili presenze umane, di gente di brutta cera, dall’aspetto tribolato e malsano come se un segreto rapporto genetico legasse le terre aride, ricche di minerali ai suoi sparuti abitatori, fra puzzo di zolfo e di ferro.

Parlando, invece, di acque e città invisibili Camporesi fa parlare il veneziano Bartolomeo Fontana per collocare Bologna al primo posto sorprendentemente fra le città degne di essere vedute soprattutto per l’ingegnosità delle sue opere idraluliche e per l’alta tecnologia delle sue manifatture. Ancora una volta l’Italia dal basso, operosa e operaia prevale sugli aspetti puramente paesaggistici.

Può dunque destare una certa sorpresa scoprire che lo Stivale apparisse all’epoca, più che un “Bel Paese”, una grande officina di industriosi artigiani, una terra di mastri, di artieri, di mercanti, di banchieri, di marinai, di ingegneri, di architetti; più che un paese di artisti dediti al culto del belli, “un grande cantiere di macchine, di gnomi operosi”.

L’opera di Camporesi è davvero una delizia visiva e pagina dopo pagina, passando per mari e litorali si giunge ai paradisi di acqua, di aria e di vento. L’autore con efficace sintesi aggiunge alla sua ricerca immagini immediate per cui l’indagine sull’aria cinquecentesca per l’investigatore di buone terre e di salubri paesi equivale, in un certo senso, allo studio della luce per il pittore.

Le strade che portano alla scoperta del paesaggio possono così passare dalla rotta della salute, sulla pista dell’acqua e dell’aria non corrotta da miasmi e da cattivi venti. Un libro, autentico e onesto, da leggere per chi non conosce Camporesi e da rileggere per riscoprire, ancora una volta, le belle pagine scritte nella forma di un dipinto, dietro l’angolo del tempo.