Società

Video rap e telenovelas: siamo sicuri che siano adatti ai bambini?

Ecco i nuovi tormentoni dei più piccoli: video rap e telenovelas da adolescenti. Capita che i video vengano proiettati pure a scuola, sulla Lim a ricreazione.

Non dico che i bambini debbano sentire sempre e solo canzoni dello Zecchino d’oro. Le canzoni, anche quelle “da grandi” possono essere educative. Mio padre mi cantava sempre La guerra di Piero di Fabrizio de Andrè, e io intuivo parola per parola cos’era la guerra, l’amore e la morte. Anche le canzoni rap potrebbero essere educative, in certi casi.

Ma vorrei riflettere (come mamma e educatrice) su quali effetti ha la sovraesposizione dei bambini a video da grandi. Le immagini rimangono impresse, scuotono l’inconscio, il ritmo con cui si susseguono rende impossibile la comprensione e spiegazione delle stesse. Donne ammiccanti e sculettanti, machi mezzi nudi tatuati, posizioni ambigue, bottiglie di vodka, festini in disco, dito medio, fumo, tradimenti. Cosa resta nella testa di un bimbetto di 6 o 8 anni? Quale messaggio passa?

Bombardati da una valanga di immagini e parole di cui non capiscono il senso, tendono a scimmmiottare i loro idoli adulti comportandosi come tante piccole lolite e tanti piccoli playboys. Ma cosa faranno da adolescenti se già ora si comportano come tali? La Tv abbassa ogni limite, brucia le tappe, tutto si può vedere (fare e comprare) sempre prima.

E noi genitori lasciamo fare, un po’ fieri un po’ imbarazzati.

Mi dicono le altre mamme: “Meglio non vietare, non si sa poi cosa potranno diventare per reazione da grandi”. La paura di vietare, di dire “no”, di andare controcorrente attanaglia i genitori. Si preferisce affidarsi alla corrente e non scegliere. Ma è una scelta anche lasciarli davanti uno schermo, bombardati da immagini volgari a ritmo forsennato.

A volte temo che il buon senso si sia perso nella nostra generazione di genitori. Facciamo regredire i bambini per una marea di cose in cui un tempo erano autonomi: si sanno a malapena vestire da soli, non riescono a fare i compiti da soli, non possono andare a scuola da soli, non possono scorrazzare per i campi senza che la mamma si preoccupi, non possono infangarsi senza essere sgridati, non possono arrampicarsi su un albero, non possono correre, non possono cadere e sbucciarsi un ginocchio senza che la mamma accorra dopo un nanosecondo, non possono sudare senza che la mamma stia a controllare quant’è bagnata la canottiera… Per paura che si ammalino li facciamo vivere in una cappa di vetro, negandogli l’indipendenza di cui hanno bisogno. Per paura di andare controcorrente, gli permettiamo di vedere video da adulti, pubblicità che spingono al consumismo acritico, cartoni sadici e violenti, telenovelas da sedicenni. Non stiamo forse saltando qualche (fondamentale) tappa?

Dovremmo ricordarci dei diritti dei bambini e delle bambine di Zavalloni: i bambini hanno diritto all’ozio e al “sevaggio” a correre e sporcarsi, inciampare cadere e rialzarsi, pasticciare e organizzarsi il tempo senza le perenni direttive di un adulto. Non c’è tra i diritti quello di stare appiccicati alla TV (o ad un altro schermo).

Dovremmo ricordarci delle ricerche in merito alla fruizione della TV da parte dei bimbi: la maggior parte concordano sui danni fisici e psichici che il solo fatto di stare a lungo davanti uno schermo comporta. Se poi in questo schermo vengono proiettate immagini non adatte ai bambini, i danni aumentano.

La cosa più triste è che tutto questo accade per far girare l’economia. Se i rapper ammiccano ai bimbi (e ai genitori) allargheranno il pubblico, le visualizzazioni e gli introiti. Se le telenovelas ammiccano alle bimbe (e alle mamme) allargheranno l’audience e la vendita di gadget (diari, magliette, zaini e vestitini). Far sentire grandi i piccoli è una buona strategia di marketing.

Non vorrei sembrare bigotta e banale, ma preferirei che ogni cosa tornasse al suo posto, al suo ritmo, al suo tempo. Vorrei che i bambini tornassero ad essere bambini, ad immaginare, a leggere un libro, a correre nei campi, a sporcarsi nel fango, a sentire canzoni alla radio.