Società

Violenza di genere: io vorrei…non vorrei…ma se vuoi…(E se non vuoi fa lo stesso)

“Io vorrei…non vorrei…ma se vuoi…e se non vuoi fa lo stesso” potrebbe essere il filo conduttore delle dinamiche di coppia che non funzionano. Battisti, ovunque sia, spero mi perdonerà l’utilizzo improprio e la modifica del titolo di una sua bellissima canzone: “Io vorrei…non vorrei” rappresenta il momento dell’indecisione o della confusione, “ma se vuoi” il tentativo di andare incontro all’altro, e – la parte aggiunta di mio pugno – “se non vuoi fa lo stesso” il fallimento di arrivare a comprenderlo.

Una coppia attraversa fisiologicamente momenti di crisi: ogni tanto l’equilibrio si rompe per trovare un nuovo assestamento o per far prendere strade diverse. Operare delle scelte non è semplice, l’indecisione può prendere il sopravvento. Essere in due implica avere il doppio delle domande, il doppio delle risorse, ma non necessariamente il doppio delle risposte. Troppa indecisione porta a momenti di confusione: ci si concentra sui perché, lasciando da parte i come.

Anche quando ci si interroga sui bisogni dell’altro (e non è sempre così scontato), si commette l’errore di credere di sapere con esattezza quali siano i propri bisogni e che chi abbiamo di fronte li debba automaticamente inferire, in virtù dell’affetto che lo dovrebbe legare a noi, quasi come se non potesse dimostrarci di volerci bene in altro modo che quello. Indubbiamente questa supposizione ha del vero, ma di solito porta ad azioni fallimentari per la stabilità dell’universo coppia. Lasciamo che le emozioni veicolino quelli che sono i nostri bisogni e, se da una parte è inevitabile, dall’altra bisognerebbe cercare di dare una forma all’emozione che sia adeguata al contesto e al rapporto che abbiamo con l’altro. Se si è arrabbiati con il proprio partner, investirlo di questa rabbia provocherà in lui probabilmente una reazione altrettanto rabbiosa oppure, se sa di non essere in posizione di forza o comunque paritaria, retrocederà. E’ l’inizio di un conflitto, se non paritario, possiamo benissimo pensarlo come un conflitto violento.

Quando qualcuno o qualcosa, da qualche parte, in qualche modo, ha pensato che non solo dovessero essere creati due sessi, ma che dovessero interagire tra di loro per la continuazione della specie, ha dimenticato di allegare un foglietto di istruzioni, non che tentativi di una sua stesura non siano stati fatti e non continuino a mietere vittime, ma vari meccanismi rimangono ignoti il più delle volte, oppure paradossalmente, anche conoscendoli, non si riescono a cambiare quando necessario. Se la psicologia avesse spiegato tutto, non avrebbe più ragion d’essere.

La facilità con cui calpestiamo i bisogni dell’altro è direttamente proporzionale alla difficoltà che abbiamo ad esprimere correttamente i nostri. Nelle situazioni di maltrattamento domestico questo principio è evidente, inconsapevole e spesso quotidiano. Per calpestare l’altro con minor senso di colpa possibile, bisogna pensare che sia l’altro a calpestare noi. Azione e reazione perdono la linea di confine e quindi la loro identità.

La storia umana è fatta di conflitti, tra popoli e tra persone. Non si sfugge agli interessi che collidono: la prima legge creata dall’uomo non a caso è stata la legge del più forte ed è tutt’ora in vigore in molti contesti, talvolta abbellita nella forma, ma immutata nella sostanza. La violenza di genere esiste perché l’uomo è fisicamente più forte e può imporsi con la forza e questo ha inevitabilmente influito sulla sua mentalità ed educazione. La storia della violenza sulle donne è fatta di uomini che hanno potuto impunemente compiere le violenze di cui si sono macchiati e che troppo spesso, altrettanto impunemente, hanno potuto sia modificare la percezione delle stesse donne rispetto alla realtà di sopruso che stavano vivendo, oltre che riuscire a chiamare i maltrattamenti con altri nomi, giustificandoli e normalizzandoli, anche per potersene fare una ragione loro per primi.

Fare del male all’altro accade, questo non significa che se ne ricavi piacere. Infatti nevrosi, psicosi, problemi esistenziali stanno lì a dimostrarci che il male che si fa è anche il male che si riceve, dando al concetto di cattiveria una relatività che si dovrebbe sempre tener presente. Sofferenza genera sofferenza, ma c’è anche altro nell’individuo che può permettergli di cambiare. La violenza di genere non è un destino, ma una scelta e credo che il lavoro da portare avanti sia proprio rendere uomini e donne consapevoli delle scelte che compiono, un lavoro lungo e pieno di ostacoli, ma che è cominciato.

Vignetta di Pietro Vanessi