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Farnesina, le dismissioni immobiliari all’estero. Tante aste, poca chiarezza: “Rischio corruzione e riciclaggio”

Dalla Svizzera al Marocco. Dalla Tanzania all'Iran. E' dai tempi del governo Prodi che si cerca di fare cassa con il mattone demaniale oltreconfine. Tante le vendite avviate con le relative gare. Ma con poca trasparenza. E' quello che sostiene il M5s. Che con la senatrice Bottici ha depositato diverse interrogazioni a Palazzo Madama

Vi interessa una palazzina a Tangeri? O un paio di casette a Porto Said, in Egitto? Un immobile a Managua, o un palazzotto a Dar Es Salaam, in Tanzania? Potete bussare alla Farnesina. Senza dare troppo nell’occhio, infatti, il nostro ministero degli Esteri sta trasformandosi in agente immobiliare: già liquidate tre sedi in Svizzera, e dismesso l’ex consolato generale di Amburgo, ora è venuto il turno di «un complesso immobiliare ubicato in Tangeri, rue Assad Ibn al Forat, quartiere Marchan» (scadenza dell’asta il 20 ottobre) e di una palazzina e una villa più giardino, per un totale di 4 mila metri quadrati, in via XXIII Luglio a Porto Said,  con base d’asta 12 milioni e 511 mila euro (scadenza il 26 ottobre)-

MINISTERO BUFFO  Non si sa ancora, al momento, quali e quanti degli immobili ministeriali abbiano effettivamente trovato un compratore. Ma, soprattutto, il mistero più fitto riguarda come e cosa la Farnesina abbia deciso di mettere sul mercato. E soprattutto a quanto: «Non è chiaro chi e come abbia stimato il valore dei palazzi o chi abbia fissato l’importo della base d’asta», si indigna Laura Bottici, questora M5S al Senato, che da ben tre anni sta cercando di venire a capo del cosiddetto piano di razionalizzazione immobiliare della Farnesina. Risposte ottenute? «Praticamente zero».

CACCIA AL TESORO Eppure non stiamo parlando di caramelle. Il valore complessivo delle nostre proprietà extraterritoriali non è mai stato reso noto, e molto probabilmente non lo sa nessuno. Ma è imponente: nel 2013 il ministero degli Esteri risultava proprietario di ben 296 cespiti oltre confine, oggi sono 280. E tra i più disparati. Non solo ambasciate e consolati, residenze diplomatiche e istituti italiani di cultura, ma anche l’ossario di El Alamein, la chiesa italiana di Praga, quattro cimiteri in Somalia, un ospedale a Istambul e dei ruderi a Galati, in Romania. Aggiungiamo una biblioteca a Helsinki, una scuola elementare in Egitto, un terreno in Brasile, gli alloggi per il personale a New York e l’ex palazzo del Sultano (con tanto di chiesa, campo sportivo e ospedale italiano in dotazione) in quel di Tangeri, e fermiamoci qui: è facile capire che la gestione di questo patrimonio non risulti esattamente semplicissima. Molti immobili sono addirittura finiti in abbandono per anni, come la vecchia sede della cancelleria all’Aja nei Paesi Bassi o la meravigliosa villa di Tarabya, ex residenza dell’ambasciatore italiano in Turchia.

DASSU’ QUALCUNO CI SVENDE Ecco così la grande idea della finanziaria 2007, con Romano Prodi a Palazzo Chigi e Massimo D’Alema alla Farnesina: procedere a “un piano di razionalizzazione immobiliare” del patrimonio estero, con ricognizione di tutti gli immobili, indi valutazione e stima, selezione e dismissioni dei mattoni inutili. Un’operazione che è andata avanti anche con gli ultimi due ministri degli Esteri, Federica Mogherini e Paolo Gentiloni (nella foto).  Ma alzi la mano chi ha mai saputo i dettagli del famoso piano. Solo per un attimo, nell’ottobre 2013,  l’allora viceministra Marta Dassù aveva alzato il velo: su 296 immobili circa 20 avevano ricevuto l’immediato via libera all’ipotesi di alienazione o permuta.

MISTERO PERIZIE Tutto chiaro? Assolutamente no. A sostenerlo è la Bottici in una sua interrogazione. Nella quale chiede proprio «di sapere quale sia l’elenco dei cespiti in vendita, specificando per ciascun immobile ubicazione e dimensione». Peccato non abbia mai ricevuto risposta. Nemmeno alla richiesta di sapere «data e costo storico d’acquisto» di ciascun immobile in dismissione, «data di esecuzione e autore della perizia di valore», «se l’immobile sia già stato venduto o meno», «data e luoghi di pubblicazione del bando di gara». E soprattutto, «nel caso di vendita a trattativa privata», chi si sia aggiudicato il mattoncino e a quale prezzo. Era, ed è, tutto regolare? Esistevano, e sono tuttora previste, «procedure e accorgimenti per scongiurare rischi di conflitti d’interesse, corruzione e riciclaggio»? Silenzio di tomba. Da tre anni.

NON SIAMO SVIZZERI In questo silenzio, però, le procedure di vendita sono andate avanti. Il 4 dicembre 2014 sono state bandite le aste per un immobile in Belgio, a Mons; uno in Germania, ad Amburgo; uno in Iran, a Teheran (1 milione e 842 mila euro la base d’asta), e uno in Congo. Nel 2012 era stato il turno di Innsbruck, in Austria. Nel 2015 sono andate all’asta le proprietà svizzere (Locarno, San Gallo e Bellinzona). Ma le risposte del mercato non sono state entusiasmanti, e da più parti si sono levate perplessità sulle stesse procedure. L’immobile di Managua, per dire, passa da anni da un’asta all’altra senza suscitare interesse. Faticosissima è stata la vendita della ex “Casa d’Italia” a Bellinzona, finita sul mercato nel 2008 e piazzata solo nel 2016. Contestata l’alienazione di tre immobili a Locarno, finiti nelle mani di un immobiliarista per soli 7 milioni di franchi svizzeri (6,5 milioni di euro) quando al municipio della stessa città, interessato all’acquisto, era stata sparata la cifra-monstre di 20 milioni.

LADRI ALL’OPERA E che dire dell’ex consolato di Amburgo, che dopo essere stato abbandonato dalla Farnesina è andato quasi in rovina prima di trovare un compratore (solo 4 milioni 120 mila euro la base d’asta)? Per anni i vandali lo hanno saccheggiato, rubandosi perfino i termosifoni e togliendogli valore e appeal. «Purtroppo i conti non tornano», conclude la senatrice Bottici. «Chiarezza zero. Informazioni zero. Poca pubblicità intorno alle aste e nessuna notizia sugli acquirenti o sugli incassi». Insomma, se ci sei, Farnesina batti un colpo.