Diritti

Migranti, quando essere gay discrimina doppiamente

Nel 2015 circa 1.300.000 persone hanno “bussato alle porte” dell’Unione Europea, mentre nel 2016, solo nei primi due trimestri, almeno 600.000 persone hanno inoltrato domanda d’asilo -spesso non ottenendola (dati Frontex, Eurostat, Ocse). Il numero complessivo dei migranti è in costante crescita ed è ovvio che, trattandosi ormai del terzo anno di quella che i quotidiani continuano a definire “un’emergenza”, non sia più possibile definirla tale e che all’Unione occorra predisporre tutti gli strumenti utili per affrontare questa migrazione di massa, che diventerà un fattore strutturale della politica europea.

All’interno di quella che noi cittadini del “Vecchio Continente” continuiamo a percepire come una massa indifferenziata, occorre prestare maggiore attenzione alle motivazioni di chi fugge per vagliare quale sia effettivamente l’entità del pericolo, ma anche la motivazione intrinseca a raggiungere e ottenere cittadinanza in Europa. Tra queste, un gruppo di migranti particolarmente bisognoso di protezione è quello degli omosessuali di ogni sesso, provenienti dall’Africa nera e dai Paesi islamici, che cercano, come gli altri, protezione, ma anche di ottenere l’unica possibilità di intraprendere una vita in cui venga loro riconosciuta la propria libertà sessuale: l’unico modo di sentirsi persone di pari dignità, libere di esprimersi e titolari di diritti universali, esattamente come tutte le altre.

Non esistono statistiche sul numero di richiedenti asilo per discriminazione sessuale, poiché le autorità europee prestano scarsa attenzione alla categoria e per la difficoltà dei migranti stessi di definirsi pubblicamente come tali. Dal punto di vista legale, a protezione dei migranti, esistono la Convenzione di Ginevra e alcune direttive europee (come la 2004/83/CE) sul conferimento dello “status di rifugiato a coloro che necessitano di una protezione sussidiaria per appartenenza ad un gruppo sociale discriminato o per orientamento sessuale” che sia motivo di persecuzione, nel cui articolo 9 si precisa che gli atti discriminatori devono essere “sufficientemente gravi per sostanziare un tale timore”. A riguardo, l’esistenza di una legislazione apertamente discriminatoria nei Paesi di origine – in 76 Paesi l’omosessualità è considerata illegale e almeno in 12 di questi è prevista la pena di morte – non viene considerata automaticamente ragione sufficiente per concedere l’asilo, ma serve una prova – una pagina di giornale, fotografie ed altre prove di cui raramente i migranti possono disporre – che la persecuzione nei loro confronti sia stata sistematica e tale da condurre all’arresto o alla violenza fisica.

Anche una volta raggiunta l’Europa, purtroppo, le violenze nei confronti di migranti omosessuali sono all’ordine del giorno, questa volta nei campi di accoglienza, dove dopo le tensioni tra gruppi nazionali e religiosi, l’orientamento sessuale è la terza principale cause di violenze tra migranti. Per fra fronte a questo problema, il Parlamento europeo, nel febbraio del 2016, ha redatto un rapporto in cui è prevista l’apertura di strutture di accoglienza esclusivamente dedicate ai migranti e richiedenti asilo Lgbt. Tuttavia, ad oggi strutture simili sono state predisposte soltanto in Germania ed anche lì solo a seguito di omicidi e violenze esplicite nei confronti di migranti omosessuali da parte di altri migranti.

Il mondo dell’associazionismo si è mostrato, invece, più sensibile al tema, con le prime associazioni di migranti che hanno aperto sezioni diverse per le persone Lgbt, ma anche con l’ingresso di alcune associazioni Lgbt nei campi profughi. Associazioni come Queer a Vienna, la Federazione Lgbt di Berlino e l’Arcigay di Palermo si sono, infatti, mosse in questa direzione, organizzando incontri settimanali che riuniscano migranti Lgbt per discutere dei loro problemi, ma soprattutto sentirsi meno soli, imparando a riconoscersi come un gruppo con una propria identità collettiva. Tuttavia queste iniziative sono ancora poche e soprattutto scoordinate, affidate all’iniziativa individuale piuttosto che avviati dalle istituzioni e questo in parte anche a causa di una cultura dell’accoglienza appiattita non solo sull’emergenza continua, ma anche sulla logica dell’assistenza cattolica rivolta alla protezione dei diritti fondamentali – cibo, vestiti, salute e lavoro – e non attenta alla totalità della persona, per cui la libera espressione della sessualità rappresenta un elemento fondamentale.