Società

Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più

In teoria, lo sappiamo tutte: nei paesi scandinavi (ma anche in Francia, Germania, Olanda) avere figli e lavorare è prassi consolidata. Grazie e politiche di conciliazione robuste, fatte di sussidi consistenti anche per famiglie che qui il governo ritiene “ricche” e non degne di aiuti (famiglie del ceto medio, magari con due stipendi e un mutuo), di lunghi congedi di maternità e paternità, spesso obbligatori, della diffusione (anche tra gli uomini) del lavoro part time, che in alcuni paesi è la regola (Olanda), grazie a tutte queste misure – e altre ancora, come scuole che restano aperte fino alle sei e durante le vacanze e attività sportive per tutti a basso costo), fare due, tre, persino quattro figli è qualcosa di possibile. Specie per la donna che, ad esempio in Norvegia, può scegliere se restare il primo anno con il bambino (pagata) oppure accedere ad uno dei meravigliosi e gratuiti asili norvegesi.

Lavorare e avere figli dunque in questi paesi è cosa normale, banalmente bella, semplice. Comunicare una gravidanza a un datore di lavoro non è fonte di ansia, al contrario, mentre quando si rientra al proprio posto di lavoro, o in generale si reinizia la propria attività professionale, tutto si svolge come prima. O quasi. Sappiamo tutte che in Italia non è così. Però lo sappiamo, prima di restare incinte, solo un po’ teoria: è come uno spauracchio che proviamo a scacciare con un po’ di ottimismo e soprattutto rimozione. Poi accade che si torni al lavoro, magari con la voglia di rimettersi a lavorare su grandi progetti, magari con l’intenzione di continuare in quella carriera che faticosamente si era fatta fino a quel momento. E si scopre che, soprattutto in posti scarsamente tutelati, il proprio ruolo non c’è più. Che gli altri ti considerano come una persona rientrata dopo una malattia, inabile a fare ciò che facevi prima. Che bisogna ricominciare da zero, nonostante non sia più una teenager, che magari qualcuno si è piazzato al tuo posto e ovviamente non intende cederlo.

Ma il problema non è solo questo. Perché la lotta per recuperare gli spazi perduti, riaffermare le proprie capacità, ricominciare la scalata si scontra con le nuove incombenze familiari. Che sono atrocemente stancanti se non si hanno sostegni robusti e comunque faticosissime anche se qualche aiuto, la scuola, una nonna, lo si ha. Una donna con uno o due figli non potrà tornare a casa dopo le sette (a meno di non avere un marito che torna al posto suo: cosa non rara, ma ancora poco frequente nel nostro paese) e da allora dovrà occuparsi di tutto: fare il bagno, cucinare, mettere a letto, sparecchiare. Non potrà fare tardi per lavorare o leggere cose importanti per il suo lavoro perché la mattina la sveglia suona alle sei e mezza, e bisogna preparare e accompagnare tutti a scuola. Avrà i sabati e le domeniche completamente occupati, tra attività sportive, ludiche, parco per i bambini, acquisti di cose che servono, ore spese a mettere in ordine un disordine costante. E poi ci sono le emergenze, i giorni di malattia, le visite da pediatri e specialisti, l’apparecchio per i denti con la sua trafila di appuntamenti, e decine e decine di altre incombenze.

Come potrà questa donna competere con chi figli non ha? Se il part time significa in Italia finire in un ghetto, se le scuole chiudono alle quattro (se va bene), se i genitori sono troppo anziani (una cosa frequente, visto che mettiamo al mondo bambini sempre più tardi) come potrà fare quella carriere che pure la sua intelligenza e voglia di fare le avrebbero consentito? Sui luoghi di lavoro la solidarietà verso chi ha avuto figli è scarsa, se non nulla. E’ come se esistessero solo lavoratori senza corpo, senza gravidanze, senza malattie. Se poi ti accade qualcosa, non riguarda chi ti dà il lavoro o chi lavora con te. Le donne spariscono all’improvviso dai luoghi di lavoro, e nessuno si chiede perché. Non ce la fanno, la conciliazione per loro è impossibile, restano a casa a coprire i mille bisogni che i bambini piccoli portano con sé. Poi quando provano a rientrare, se ci provano perché una su due non lavora, è durissima. Si torna al via, come il gioco dell’oca.

Certo, non vale per tutte. Le più fortunate, quelle con contratti molto “forti”, e sindacati alle spalle, possono difendersi meglio. Ma chi, come le giovani degli anni settanta e ottanta, è entrato nel mondo del lavoro con contratti di collaborazione, partita Iva, voucher, fatica il doppio di più. Anche perché spesso durante i mesi di maternità il contratto è scaduto e non è stato rinnovato. In questo quadro, le donne, come dicevo, fanno una fatica enorme. Sono vittime, più spesso degli uomini, di mobbing (e ci sono tante forme di mobbing, anche quelle soft, non manifeste, sottili, difficili persino da riconoscere), si trovano sempre di fronte all’atroce dilemma tra fare un figlio o continuare a lavorare e andare avanti nella propria fragile carriera. Per questo soffrono, spesso sono depresse, infelici, come dicono anche le statistiche. Ma non si tratta di sentimenti privati, causati da problemi soggettivi. Tutt’altro: sono malattie causate da difficoltà oggettive, anzi da oggettive ingiustizie. Che rendono il nostro paese, ancora oggi nel 2016, un paese ingrato verso le donne e il loro – legittimo, meraviglioso – desiderio di maternità.