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Colombia, anche le Farc meritavano il Nobel

Chissà: forse ha ragione Ingrid Betancourt – che della guerriglia colombiana fu, lungo sette durissimi anni di prigionia, una delle vittime più internazionalmente conosciute – quando afferma che, per equità, il premio Nobel avrebbero dovuto assegnarlo a tutte le parti coinvolte nei negoziati di pace. Ovvero: al presidente Juan Manuel Santos ed a Rodrigo Londoño Echeverri, alias Timoleon Jiménez, alias “Timoshenko”, l’attuale leader delle Farc, l’uomo che, lo scorso 26 di settembre, nel corso d’una solenne cerimonia benedetta dall’intero pianeta, firmò insieme a Santos, la “pace che non fu”. E che non fu – per il proverbiale “soffio”, è vero, ma per un soffio arrivato con la forza d’un uragano – perché respinta dal popolo (se così si può chiamare il 37% andato alle urne) che di quella pace doveva essere il primo beneficiario.

O forse proprio così – “Nobel alla Pace che non fu” – avrebbero dovuto ribattezzare quel premio, magari ricordando le non poche altre e premiate “paci” che non furono (su tutte quella del Medio Oriente, premiata con gli allori assegnati a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin nel ’94, nonché, più recentemente, quella, mai arrivata, per la quale venne troppo frettolosamente premiato Barack Obama nel 2009). O forse no. Forse la cosa migliore sarebbe stata capovolgere il titolo del premio per assegnarlo, col sinistro nome di “Nobel per la Guerra”, al sinistro personaggio che, con più costanza ed efficacia, ha negli ultimi quattro anni (tanti quanti sono stati gli anni del negoziato) contrastato ed infine bloccato il processo di pace in Colombia: l’ex presidente Alvaro Uribe, oggi prepotentemente tornato, grazie al risicato trionfo dei “no” nel referendum pro o contro gli accordi di pace, grande protagonista della vita politica colombiana. O, ancor meglio: oggi diventato, grazie a quel 50,2 per cento di “no”, vero arbitro della summenzionata “pace che non fu” (e che inevitabilmente non sarà dovessero continuare a prevalere i sentimenti di rancore e di paura che, la scorsa domenica, hanno determinato la sconfitta d’un “sì” alla pace dato troppo precipitosamente per scontato).

Su un punto Ingrid Betancourt ha tuttavia sicuramente ragione: un premio Nobel “compartito” – vale a dire: contemporaneamente assegnato al presidente Santos e alle Farc – avrebbe in qualche modo contribuito a chiarire l’equivoco che più d’ogni altro ha finito per spostare, specie lontano dai teatri di guerra, l’ago della bilancia in direzione del “no”. O, se si preferisce, a riassegnare il suo vero valore e la sua vera nobiltà, alla parola giustizia della quale Uribe e tutti i nemici del trattato di pace concluso all’Avana e firmato a Cartagena si sono vittoriosamente appropriati.

Questa pace, è stato il più vincente dei loro slogan, non può essere accettata perché è una “pace senza giustizia”. E perché questa pace senza giustizia – idea ridicola sul piano dei fatti, ma efficacissima sul piano della propaganda – altro non era che la premessa d’una trasfigurazione “castrochavista” della Colombia, il punto di partenza d’un processo che avrebbe “inevitabilmente” e rapidamente portato il paese verso una replica dei regimi al potere a Cuba e nel Venezuela.

Alla base di questa tesi, come ho sottolineato in un precedente post, c’è una grossolana menzogna storica (grossolana, ma efficace particolarmente tra i colombiani che meno direttamente hanno vissuto l’esperienza della guerra). La stessa menzogna che -sull’onda del fallimento d’un altra trattativa di pace, quella passata agli archivi come “del Caguan” – spiega gli otto anni (2002-2010) della presidenza di Uribe. Una menzogna che artatamente disegna una Colombia nella quale tutte le colpe e tutti i crimini della guerra civile che per oltre mezzo secolo (o, più propriamente, da sempre) affligge la Colombia, sono esclusiva responsabilità delle Farc. Ragione per la quale senza una esemplare punizione per le Farc non può esservi pace di sorta. Falso.

Tutte le analisi e tutte le statistiche rammentano infatti due ovvie verità. La prima: come la guerra sia (basta, per capirlo, aver letto Cent’anni di solitudine) un male storico della Colombia, una sorta di malattia cronica le cui radici affondano nella realtà (o più propriamente nella terra, data la centralità della questione agraria) di ataviche ingiustizie e di una democrazia incompiuta. La seconda: come la stragrande maggioranza dei crimini di guerra – spesso perpetrati con incredibile ferocia – siano da attribuire (in un rapporto, grossomodo, di cinque a uno) non alla guerriglia, ma alle forze, regolari o irregolari, al servizio dello Stato.

È di questo Stato – uno Stato che fu (è) anche di Juan Manuel Santos – che Alvaro Uribe, il potenziale premio Nobel per la Guerra, resta l’espressione. E fu come espressione di questo Stato che, nel 2005 – cosa questa che oggi sottolinea la macabra ipocrisia della sua sete di giustizia – il medesimo Uribe concesse ai macellai delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia, le feroci formazioni paramilitari antiguerriglia) privilegi molto più ampi di quelli che il trattato oggi respinto concede ai combattenti delle Farc.

Ovvia domanda: riuscirà ora questo Nobel giunto da lontano – o da vicino, visto che la Norvegia è stata uno dei paesi “garanti” del processo di Pace – a dare una mano a quanti cercano oggi di mantenere in vita il processo di pace sconfitto nelle urne? Parafrasando una celebre massima gramsciana: l’ottimismo della volontà risponde con un timido sì. Il pessimismo dell’intelligenza tace. Ma sperare, come si dice, non costa nulla.