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Petrolio, l’Opec verso il vertice di Algeri ancora senza accordo su congelamento produzione. E la domanda scende ancora

A fine mese l'organizzazione dei grandi esportatori si riunirà di nuovo. Ma un'intesa in grado di far risalire i prezzi appare lontana. L'Agenzia internazionale dell'energia prevede che l'offerta continui a crescere nonostante consumi in frenata. L'Iran è disposto ad accettare solo il ripristino di "quote individuali" di estrazione per ogni Paese, una soluzione molto al di sotto delle aspettative

Appare sempre più lontano un accordo sul congelamento della produzione di petrolio che risollevi i prezzi dal tracollo degli ultimi due anni. Per un momento l’idea aveva ripreso quota ma il quadro è cambiato: nuovi dati e dichiarazioni, fatte spesso ad arte, piombano sul prossimo vertice dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) previsto a fine settembre ad Algeri. E il prezzo dell’oro nero torna a scendere sui 46 dollari al barile.

Gli ultimi numeri mostrano infatti una dinamica davvero contraddittoria, quasi perversa: la produzione sale nonostante l’eccesso di offerta e la domanda scende nonostante il crollo dei prezzi. Nel suo ultimo bollettino, l’Opec stima infatti che la produzione petrolifera dei paesi estranei all’organizzazione (in particolare Usa, Norvegia e Kazakhstan) crescerà di 200mila barili al giorno nel 2017 (la precedente stima era un decremento di 150mila barili al giorno). Nel 2016 invece scenderà di 610mila barili al giorno, ma meno dei previsti 790. “Ciò è dovuto principalmente a una contrazione minore delle attese del ‘tight oil’ statunitense e una performance migliore del previsto in Norvegia, così come all’apertura anticipata del giacimento di Kashagan in Kazakhstan”, spiega il documento. Questo vuol dire che il mercato mondiale petrolifero verrà inondato ancora di prodotto in eccesso. E’ difficile quindi che i Paesi Opec decidano di mettere un tetto alla loro produzione, perdendo fette di mercato.

La situazione si fa ancora più complicata (e per certi versi incomprensibile) se si considerano le ultime previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): oltre a “un’offerta in crescita” stiamo assistendo a “consumi in frenata”. Di qui un nuovo “allontanamento del riequilibrio del mercato petrolifero”, scrive l’Aie nel suo ultimo Oil Market Report, aggiungendo che quindi le scorte dei Paesi Ocse “stanno aumentando fino a livelli mai visti prima”.

Per l’Aie sono molteplici i motivi di queste dinamiche contorte: l’andamento “traballante” delle economie di Cina e India, “i timori” legati a molti Paesi emergenti, il progressivo venir meno della crescita dei consumi americani ed europei. Inoltre, a pesare c’è anche l’andamento della produzione globale, che ha visto la battuta d’arresto dell’output Usa (-1,4 milioni di barili al giorno dalla fine del 2014) controbilanciata dalle estrazioni Opec, con Paesi come Arabia Saudita e Iran che producono ciascuno 1 milione di barili al giorno in più rispetto a due anni. L’Aie ha così tagliato di 100.000 barili/giorno le previsioni di incremento per la domanda 2016 (a 1,3 milioni) e ipotizzato un ulteriore rallentamento nel 2017 (+1,2 milioni di barili/giorno). “L’offerta continuerà a spiazzare la domanda almeno fino a tutta la prima metà del prossimo anno”, dice l’Agenzia.

In realtà, già pochi giorni prima dei dati dell’Opec e dell’Aie si era capito che stava di nuovo perdendo quota l’ipotesi “congelamento”, a cui qualcuno stava ricominciando a credere. Tant’è che il segretario generale dell’organizzazione, Mohammed Barkindo, lunedì ha avvertito che la riunione di fine settembre ad Algeri sarà solo “un incontro di consultazione“. Ma la vera è propria doccia fredda è arrivata proprio dall’Arabia Saudita, il cui obiettivo è da tempo quello di tenere i prezzi del petrolio più bassi possibile, mostrando di non temere neanche i 20 dollari al barile: “Non c’è bisogno adesso di congelare la produzione”, ha detto il ministro saudita dell’energia, Khalid Al-Falih, in un’intervista ad Al Arabiya. Dichiarazioni rilasciate nonostante l’intesa con la Russia, che vorrebbe invece rivedere l’oro nero sopra gli 80 dollari e quindi spinge sul blocco della produzione.

Anche le ultime aperture di Teheran, che finora ha fatto saltare ogni trattativa, appaiono come un compromesso al ribasso. Il ministro dell’Energia, Bijan Zanganeh, ha detto che “l’Iran vuole un mercato stabile del petrolio, e quindi ogni misura che aiuti la stabilizzazione del mercato sarà sostenuta dall’Iran”. Per Teheran “il prezzo giusto è 60 dollari al barile”. Un bel passo avanti rispetto al passato, anche se in realtà la proposta dell’Iran è quella di ripristinare “quote individuali” Paese per Paese. Una soluzione molto al di sotto delle aspettative che tuttavia gli altri Paesi dell’Opec potrebbero appoggiare per mostrarsi ancora capaci di trovare un accordo unitario.