Cultura

Giappone, il fascino solenne del teatro nō in scena a Roma

La rappresentazione di Tsuchigumo (Il ragno di Terra) al Teatro Argentina di Roma ha rappresentato un importante evento culturale, all’interno delle celebrazioni per il 150esimo anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia.

Lo spettacolo ha segnato l’inizio della tournée italiana della Sakurama-kai,la compagnia, tornata dopo venti anni a esibirsi nel nostro paese, guidata da Sakurama Ujin, XXI discendente della famiglia Sakurama, tra le dinastie depositarie della tradizione nobile del teatro nō.

Questa forma teatrale, fondata su un complesso sistema di simboli rituali e rigorose regole sceniche, sorse in Giappone nel XIV secolo ed è contraddistinta dall’uso delle maschere e dal tradizionale accompagnamento musicale di flauto e tamburi. Non possiamo approfondire la vastità del tema in questo breve spazio, ma segnaliamo per chi volesse approfondire Il segreto del Teatro Nō di Zeami Motokyo (Adelphi).

Per il suo potente valore archetipico il teatro nō ha destato l’attenzione di autori sensibili alle profondità simboliche della tradizione quali Ezra Pound e William Butler Yeats. Il grande poeta americano con Ernest Fellonosa tradusse e curò un’antologia di testi classici tradotti (Il Teatro Giapponese Nō, edito da Vallecchi), esponendo con la forza della sua prosa ispirata l’urgenza di restituite all’arte teatrale il valore profondo conferitogli dall’aristocrazia nipponica: “A differenza del nostro, questo non è un teatro in cui finezze e sottigliezze di ogni genere debbano essere accantonate, in cui ogni sfumatura della parola o della cadenza venga sacrificata all’’effetto generale’, e la vernice debba essere data, per così dire, con una scopa. Si tratta di un palcoscenico sul quale ogni arte sussidiaria è volta precisamente allo scopo di conservare fin le minime sottigliezze, in cui il poeta può aspirare al silenzio, e sono i gesti, consacrati da quattro secoli di uso, a rivelare il significato”.

Yeats, che collaborò alla teatralizzazione dei dialoghi tradotti da Pound (all’epoca suo segretario, oltre che suo fervente ammiratore) rimase talmente attratto dal potere evocativo del nō da esserne dichiaratamente influenzato nelle sue opere teatrali successive (Quattro drammi per danzatori, ad esempio).

Come da lui testimoniato nell’introduzione all’opera citata: “Invece di attori che si agitano con una violenza passionale indecorosa nel nostro salotto, la musica, la bellezza della forma e della voce attingeranno il proprio culmine nella danza pantomimica. Infatti, con l’aiuto dei drammi giapponesi ‘tradotti da Ernest Fenollosa e finiti da Ezra Pound’, ho inventato una forma di teatro raffinato, indiretto e simbolico, che non ha bisogno di folle o di stampa per pagarsi l’esistenza, — una forma aristocratica.”.

Per tornare allo spettacolo del Teatro Argentina, come da tradizione, ai drammi del nō si affianca il kyōgen, una forma teatrale comica che ne riequilibra l’intensità drammatica. Così la serata è stata aperta da Oba Ga Sake (Il sake della zia), un classico del genere, riconosciuto patrimonio dell’umanità, per la perfezione dei tempi comici che risultano irresistibili al di là dell’ostacolo creato dall’interpretazione in linguaggio originale. Infatti, nonostante la presenza dei sopratitoli, le traduzioni appaiono approssimative.

Ciò appare maggiormente evidente durante la rappresentazione de Il ragno di terra: nonostante il grande fascino dell’atmosfera solenne e ipnotica del ritmo rituale della rappresentazione, il fatto che interi monologhi non vengano tradotti (o riassunti in poche battute) non facilita esattamente il godimento dello spettacolo. Immaginiamoci uno spettatore giapponese, ignaro della lingua inglese, che davanti al monologo più celebre di Amleto si trovi come traduzione: “Ho un dubbio”. In quei momenti è sovvenuta la lezione di Carmelo Bene che sentenziava: “Lo spettatore deve solo abbandonarsi all’ascolto. Ma anche, non solo l’orecchio è ascolto, ma l’occhio è ascolto”.

Dunque, ci siamo abbandonati alla contemplazione della leggenda simbolica del guerriero Minamoto no Raikō, visitato nella sua malattia da un’inquietante monaco ignoto, che presto si rivelerà un demoniaco ragno di terra, evidente allegoria di nemici politici e interiori. La caccia e l’esecuzione allegorica del nemico verrà inscenata al culmine di un crescendo parrossistico di gesti marziali e musica che conduce in uno stato di consapevolezza risvegliata. Un’esperienza di meditazione estetica, al di là dei limiti del linguaggio.