Cronaca

Napoli, la processione della Madonna e i manganelli sui ragazzi

di Marinella Ioime

Capita a volte di farsi delle domande stupide, la cui risposta sembrerebbe banale. Capita soprattutto quando, per ragioni incomprensibili, le cose vadano in direzioni diverse da quelle che ci si aspetterebbe.

Domenica 11 settembre, in un vicolo dei Quartieri Spagnoli di Napoli, improvvisamente, spunta un palco di legno in mezzo alla strada: il palco attraversa tutto il vicolo, passa da palazzo a palazzo, ostruendo totalmente la viabilità. Lo si vede già dalla mattina, strigliato e pulito sotto la luce del sole. Il vicolo non è uno di quelli interni, più nascosti dei Quartieri, dove magari ci si aspetterebbe meno controllo. No, siamo appena alle spalle di via Toledo. Appena pochi metri dalla Questura di Napoli. Sul palco viene posta una Madonna, bella e trionfante, viene cinta di piante e fiori, l’indomani è Santa Maria e lei, la Vergine, va omaggiata al meglio. Il vicolo si mette in festa, bandiere, orpelli e stendardi. Per tutta la giornata c’è gran fermento: i fedeli, riuniti nel loro circolo, si industriano per fare bella figura, in attesa della festa della sera.

Arriva la sera e la festa inizia. La strada pullula di gente, uno stuolo incontenibile di fedeli emozionati, tutto in un piccolo vicolo sbarrato da un lato. La folla è chiusa in un cordone delimitato soltanto dai muri e dalle transenne, poste davanti ai palazzi e davanti a due altri vicoli perpendicolari a questo.

La banda si dà un gran da fare, suona incessantemente, gli strumenti a fiato e i tamburi vanno avanti fino a notte fonda, il vicolo, facendo da cassa di risonanza, amplia il loro ritmo frenetico fino allo stordimento. Dal palco il presentatore introduce le varie sezioni della parata, alternandole a volte con una poesia altre con il canto di un neomelodico, il tutto infarcito da fuochi d’artificio, che vengono ripetutamente sparati proprio lì, in mezzo al vicolo, in mezzo alla gente, così, ad altezza d’uomo, lambendo balconi e finestre, seguiti ogni volta da un fragoroso applauso di soddisfazione degli astanti.

C’è chi si affaccia e partecipa divertito alla festa. C’è chi sbarra finestre e oscuranti arrabbiato. C’è chi immortala il momento, per condividerlo, non si sa in che modo. C’è chi, dietro ai vetri, digita numeri sulla tastiera del cellulare chiamando qualcuno, forse la Polizia Municipale o addirittura i Carabinieri. Il vicolo reagisce in modo diverso, specchio di una Napoli lacerata dalla sua ancestrale ambivalenza. Di fatto nessuno arriva a verificare se la festa sia autorizzata o meno. Di fatto la festa va avanti fino al suo naturale esaurimento. Di fatto ancora la sera del 12 settembre, via Toledo debordava di forze dell’ordine, tante che si allungavano fin dentro le viscere dei vicoli dei Quartieri, in improbabili e goffi posti di blocco.

Motivo? Una trentina di studenti e cittadini che sfilavano pacificamente nella Galleria Umberto dissentendo ad un fatto politico. Se avessero fuochi d’artificio da sparare? No, non ne avevano. Se disturbassero la quiete pubblica abusivamente con schiamazzi notturni? No, non lo facevano. Che cosa facevano dunque questi ragazzi per venire manganellati così brutalmente? Mi arriva banalmente una sola risposta: essere indifesi.

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