Scuola

Dottori di ricerca: ‘sovraistruiti’ e disoccupati. L’Italia non è il Paese giusto

di Giuseppe Lucio Gaeta, Giuseppe Lubrano Lavadera e Francesco Pastore (Fonte: lavoce.info)

Dottori di ricerca: offerta e domanda

Quando fu istituito, nel 1980, il dottorato di ricerca era pensato principalmente come formazione per chi intendeva intraprendere la carriera accademica. Alla fine degli anni Novanta l’impostazione cambia: il dottorato diventa il terzo livello di formazione universitaria, il cui obiettivo è preparare ricercatori ad alta qualificazione, impiegabili anche nel mondo extra-universitario.
Ma quanti sono i dottori di ricerca formati in Italia? Esistono sbocchi professionali adeguati?

Durante gli anni Ottanta sono stati proclamati meno di duemila nuovi dottori di ricerca l’anno, pochi di più nel corso dei Novanta. Nei primi anni Duemila si è registrato un incremento consistente, si arriva fino a oltre 10mila. Tuttavia, nel 2011 il rapporto fra dottori di ricerca e popolazione era ancora inferiore alla media Ocse. I dottori di ricerca occupati in attività di ricerca e sviluppo presso le imprese in Italia sono meno che in altri paesi europei. I docenti di ruolo nell’università sono sempre meno dal 2008, con l’unica eccezione dei professori associati che crescono lievemente dal 2014. Dal 2009 gli occupati in R&S nel non profit si sono ridotti di molto, mentre quelli nelle imprese private sono in crescita.

Disoccupazione e sovraistruzione

Nel 2009 l’Istat ha condotto un’indagine sui dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo tre e cinque anni prima: il 92,4 per cento di chi aveva concluso gli studi tre anni prima risultava occupato e il dato saliva al 93,7 per cento per chi aveva sei anni di esperienza post-doc. Si tratta di valori molto più alti rispetto a quelli dei laureati.
La figura 1 mostra che l’incidenza della disoccupazione varia tra aree disciplinari: valori più alti si riscontrano per le scienze sociali e umane, con le eccezioni di economia e giurisprudenza.

La figura mostra anche la permanenza nel mondo accademico dopo il dottorato. Di nuovo, i valori variano molto tra aree disciplinari: più alti per fisica, matematica e scienze sociali, più bassi nell’area delle scienze della vita.

Chi lascia l’ambito accademico riesce a valorizzare i propri studi dottorali? Purtroppo non tutti. Il 31 per cento dei dottori che trovano opportunità lavorative fuori dal mondo universitario, dichiara che il titolo non gli è stato utile.

Per offrire un’analisi più dettagliata di questo dato, definiamo “sovraistruzione pura” (Genuine overeducation) la condizione in cui né il titolo di studio né le competenze acquisite con il dottorato sono giudicate rilevanti per lo svolgimento del lavoro; “adeguata” (Genuine matching) la situazione opposta, in cui sia titolo che competenze sono giudicati utili. Infine, indichiamo “sovraistruzione apparente” (Apparent overeducation) e “apparentemente adeguata” (Apparent matching) le situazioni definite rispettivamente dall’utilità delle sole competenze dottorali e del solo titolo.

La figura 2 mostra l’incidenza di queste condizioni tra i dottori di ricerca non occupati nell’accademia. La “sovraistruzione pura” è più frequente tra chi si è formato in filosofia, giurisprudenza, scienze politiche, scienze umane. Con la sola eccezione dell’area di studi di fisica, la somma di “sovraistruzione pura” e “apparentemente adeguata” supera il 50 per cento in tutte le aree disciplinari. Stando a questi dati, la collettività non riesce a valorizzare appieno le competenze dottorali formate.

Figura 2

Rilevanti anche le conseguenze sul piano individuale. I dottori di ricerca che si trovano in una situazione di “sovraistruzione pura” guadagnano circa il 10 per cento in meno rispetto ai colleghi con “istruzione adeguata”. Il divario salariale diventa ancora maggiore se di “sovraistruzione pura” si dà una definizione basata sulla soddisfazione dei dottori per l’utilizzo delle proprie competenze.

Che fare?

Come si può agevolare la coerenza tra formazione e lavoro per i dottori di ricerca? Da un lato, si può agire sull’offerta di dottori di ricerca, non riducendola ma riqualificandola, in modo da garantire una formazione sempre di alto profilo e in linea con le necessità del mondo extra-accademico, pubblico e privato. Proprio perché recenti rispetto ad altri paesi, gli studi dottorali sono poco sviluppati in Italia. La mancanza di corsi avanzati e di una formazione strutturata, soprattutto negli anni successivi al primo, può rendere il contenuto formativo del corso di studi solo di poco superiore alla laurea. E così potrebbe non essere neppure corretto parlare propriamente di sovra-istruzione dei dottori di ricerca.

Dall’altro, sono importanti gli interventi sulla domanda. In primo luogo, le politiche di reclutamento accademico e negli enti pubblici di ricerca, gli ambiti in cui chi ha conseguito un dottorato può svolgere più facilmente che altrove attività in linea con la propria formazione. In secondo luogo attraverso progetti come il recente “PhD – Italents”, che agevolano l’inserimento professionale extra-accademico.