Cronaca

Genova, una domenica nel carcere di Marassi (e il resto del mondo)

L’orologio era fermo dalle due parti. Andando verso le celle faceva le due e dodici minuti. Non si sa se del giorno o della notte. Nell’altro versante l’ora era fissa alle sei e dieci. Anche in questo caso non si poteva dedurre se per la notte o il mattino che in carcere non arriva mai. Invece i cancelli da passare erano gli stessi sette di tre anni fa. Il carcere di Marassi, la casa di pena, è giusto dietro lo stadio comunale di Genova. C’è chi gioca con la vita e chi dalla vita è fuori gioco per qualche anno. Dopo tre anni sono in pochi a essere rimasti, a parte il cappellano e i volontari aumentati di numero. La croce di ferro, piazzata nel mezzo dello snodo principale, non è stata nel frattempo graziata e neppure si registrano suoi tentativi di evasione. Una croce di ferro incarcerata che assicura la continuità del sistema redentivo della giustizia italiana.

Volti stranieri assistono alla celebrazione domenicale che rappresenta uno spazio comune di precaria e limitata libertà. Latinoamericani, ukraini, qualche rumeno e un solo nigeriano originario di Benin City. Il mezzo pubblico passa poco lontano e la fermata del tredici conferma la fortuna di quelli che escono per un permesso qualsiasi. Il bus passa prima presso il cimitero monumentale di Staglieno, nel caso ci fosse bisogno di non dimenticare la caducità delle umane imprese. Poi scivola fino a Caricamento, adiacente al Porto Antico, che celebra in modo culinario la festa del Pd. Al capolinea una signora filippina chiama e si fa riconoscere malgrado i capelli abbiano cambiato di colore. Nel bus una signora nigeriana dai capelli dorati conversa a distanza con una signora dello stesso paese. La maggior parte dei viaggiatori sono stranieri.

A Marassi hanno ridotto il numero dei detenuti e cambiato il direttore. Anche in questo carcere c’è una direttrice, come in molti altri e chissà che gli orologi saranno messi all’ora giusta. Che almeno si possa capire quando è sera e quando invece è mattina. Quanto ai cancelli non c’è molto da sperare. Al massimo una qualche provvisoria apertura nei giorni di festa. Invece il metal detector funziona egregiamente e persino la montatura degli occhiali scatena l’allarme. Passa il bus numero tredici che per scaramanzia se ne va fino al mare per pescare promesse da marinaio. E poi si prende la strada che arriva in Piazza dell’Annunziata, tra le classiche di Genova che si raccorda con via Balbi, sede delle università letterarie. Mancava la signora romena che suona la fisarmonica, lei sì, puntuale a tutte le ore e forse in vacanza.

Se ci uccidono i sogni noi sogneremo più forte. Scritta universitaria d’altri tempi eppure attuale dopo aver lasciato Marassi da pochi minuti. E poco più lontano di migranti si tratta. Quelli che sono passati da Niamey, la Capitale del Niger, e poi hanno soggiornato per qualche giorno a Agadez in uno dei ghetti divisi per nazionalità. Dopo Dirkou e Madama c’è subito la Libia che è un inferno a cielo aperto senza buoni sconto. Sulla parete adiacente alla facoltà di giurisprudenza c’era scritto che la Polizia tortura i migranti a Ventimiglia. L’ho sentita come un’offesa personale perché i migranti che passano da Niamey li conosco per nome e di vento sono fatti. Accanto alla scritta una Torre Eiffel ben rappresentata a ricordare le complicità delle Francia nella vicenda. Il metal detector di Marassi in questo non c’entra per nulla. Le violenze passano senza rumore.

Che i tempi di oggi siamo marcati dal pragmatismo appare chiaro dalla scritta registrata poco lontano nella stessa zona universitaria. Diamo lavoro ai compagni imbianchini. E’ una frase surrealista o almeno da Cobas, sindacati autonomi. Per cancellare le scritte, naturalmente, anche se c’è da dubitare della ricaduta reale in termini di occupazione. Magari mettono in appalto ad una ditta di albanesi da sfruttare anche questo. Infine alla fermata del 17 in Piazza Brignole dei treni, incontro Diarra della Costa d’Avorio e un suo amico del Mali. Ecco ricostituito il tragitto del Sahel. L’ultima scritta parla chiaro. Distruggete le galere e cancellate le frontiere. Hanno chiesto il numero di telefono prima di scendere.