Cronaca

Terremoto, non diventiamo un Paese di tagliatori di teste

Si sta da tempo verificando una profonda degenerazione della cultura politica nel nostro Paese all’insegna della difesa della morale pubblica. Non si può negare, naturalmente, che in Italia esista una questione morale: secondo tutte le analisi nel paese la corruzione abbonda, l’evasione fiscale è rampante, la giustizia è inefficiente, la libertà di stampa scarseggia. Cose note, che non è necessario ripetere. Così note che ogni volta che accade nel paese un evento non conforme a un qualche valore ideale arbitrariamente fissato, una parte consistente del pubblico si lancia in una caccia al presunto colpevole, ben prima di avere analizzato se il valore ideale era realistico, se l’evento era realmente non conforme e se le sue cause erano dipendenti dall’azione di qualcuno.

Cito un solo esempio, tratto dalla cronaca recente: il vescovo di Rieti nell’omelia per le vittime del terremoto di Amatrice ha affermato che esse sono state uccise “dalle opere dell’uomo e non dai terremoti”. Non si muore per il terremoto ma perché crolla la casa, che, secondo i criteri ingegneristici arbitrariamente fissati dal vescovo, non deve crollare. Se la casa è stata costruita nel ‘700, con le competenze dell’epoca? Presumo che nello standard morale-ingegneristico del vescovo di Rieti “qualcuno” abbia il dovere di renderla antisismica prima del terremoto. Se non è possibile? “Qualcuno” deve demolirla e rifarla. Se non ci sono abbastanza soldi? “Qualcuno” ce li deve mettere. Se viene un terremoto di 7° grado e la casa ricostruita crolla perché era progettata per resistere fino al 6°? “Qualcuno” doveva progettarla in grado di resistere al 7° grado. Non me ne voglia il vescovo di Rieti: non ne faccio una questione personale, ma una di logica. Logica applicata, non teorica: nello scorso mese di aprile un terremoto nella prefettura di Kumamoto, in Giappone, ha ucciso 72 persone. Nonostante il Giappone sia all’avanguardia nella prevenzione antisismica, anche lì “qualcuno” doveva fare di più.

Come si vede la trasformazione del problema oggettivo (un grande patrimonio storico-artistico costruito su un territorio ad alto rischio sismico) in un problema morale (qualcuno non ha fatto qualcosa) è possibile fino a qualunque livello di assurdità. Ho analizzato in un post precedente il problema dei costi degli adeguamenti sismici (equivalenti a un anno e mezzo del costo dell’intero servizio sanitario nazionale; e comunque l’impossibilità di ridurre un rischio a zero è ovvia. In questo post non voglio parlare di rischio sismico ma del fenomeno culturale per il quale molti ritengono che ogni evento avverso ha un colpevole anziché una causa. E’ infatti evidente che questo fenomeno è diffuso: oggi non moriamo più per le malattie, veniamo uccisi dalla malasanità e dalle industrie farmaceutiche; i servizi pubblici sono cattivi perché quelli che dovrebbero erogarli sono fannulloni, non perché viviamo in un momento di ristrettezze e le risorse mancano. E così via.

Il minore dei danni causati da questa moralizzazione della causalità è che non risolve i problemi reali: finita la Messa, il vescovo torna a Rieti e gli adeguamenti sismici continuano ad essere costosissimi. Per realizzarli, più che indignazione, servono risorse. Il processo a chi ha ristrutturato la scuola di Amatrice si farà, ma per ora non è detto che ci siano stati reati.

Il danno più grave è però l’imbarbarimento della cultura socio-politica del paese, col quale si può costruire il consenso a svolte politiche avventurose. Molte dittature sono cresciute strumentalizzando questioni morali inesistenti: Hitler ottenne una parte del suo successo grazie alla tesi che la Germania era stata sconfitta nel 1918 per colpa dei finanzieri ebrei. Trovare il colpevole è liberatorio e la gente di fronte all’angoscia crede a chiunque promette di tagliare le teste. Ma noi non vogliamo diventare un paese di tagliatori di teste.