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Turchia, Erdogan e il rischio del pantano siriano

Nell’apparentemente enigmatica situazione vissuta dalla Siria ci sono alcuni elementi che vanno colti al fine di dare un’interpretazione corretta di una realtà indubbiamente complessa e in rapido movimento.

Il primo è costituito dalla crescente difficoltà in cui si trova Erdogan, dopo il fallito colpo di Stato ai suoi danni e l’appoggio entusiasta tributatogli da parte non indifferente della popolazione turca. Come avevo scritto, la scelta di Erdogan di radicalizzare la situazione con la repressione sistematica di tutti coloro di cui non si fida ciecamente, costituisce in realtà un segno di debolezza e rappresenta un fattore di crisi strategica del suo regime. Nella stessa ottica, l’invasione della Siria costituisce un tentativo di rispondere alla crescita della forza militare e politica dei Kurdi, ma è anch’esso un errore rovinoso destinato a indebolire la posizione dell’ex aspirante Sultano.

Erdogan continua a destreggiarsi tra Washington e Mosca. I suoi equilibrismi hanno fruttato un rallentamento dell’appoggio fornito ai Kurdi sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Ma non sembra trattarsi di un voltafaccia completo. La mediazione russa ha ottenuto la fine degli scontri ad Hasakah fra YPG e forze di Assad,che hanno dovuto ritirarsi dalla città. Gli Stati Uniti, impauriti di perdere l’alleanza con Erdogan, che continua a costituire l’autentico pilastro della Nato nella zona, hanno  imposto alle forze kurde di non entrare a Jarabulus, ma al tempo stesso hanno protestato con la Turchia per il protrarsi dell’aggressione contro i Kurdi. In realtà, come afferma l’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia, le forze turche sono intervenute a supporto dell’Isis che stava venendo spazzato via dall’offensiva delle Forze democratiche siriane di cui fanno parte i Kurdi.

Un altro elemento di cui tenere conto e sul quale si registrano equivoci anche da parte di presunti esperti è poi rappresentato dall’obiettivo politico delle forze kurde. Non già uno staterello kurdo magari sul modello del Kurdistan iracheno al momento controllato dal signorotto feudale Barzani che costituisce un fedele alleato di Erdogan, ma la rifondazione su base democratica e partecipativa di tutti gli Stati della regione nel mantenimento delle frontiere internazionalmente riconosciute.

Dall’adozione di una tale posizione, fondata sui principi del federalismo democratico elaborati ed enunciati da Abdullah Ocalan, deriva l’enorme potenziale rivoluzionario delle forze kurde. Esse infatti, lungi dal  rivendicare un proprio staterello etnicamente puro secondo la logica della spartizione e della pulizia etnica, rappresentano un modello di società democratica che vale per tutti gli abitanti della regione. Non è un caso che le forze democratiche siriane che hanno sloggiato l’Isis dalla frontiera turca prima di doversi arrestare di fronte all’invasione turca e alle pressioni statunitensi, non siano composte solo da kurdi ma anche da arabi e da altre etnie presenti nella zona.

Un modello insomma anche per il dopo Assad e che dovrebbe essere abbracciato con molta maggiore decisione dall’intera comunità internazionale se davvero si volesse porre fine alla sanguinosa guerra civile iniziata con le ingerenze degli Stati occidentali e delle potenze reazionarie della regione nella crisi siriana. In questo senso la penetrazione delle forze armate turche in Siria, oltre a costituire un’evidente violazione del diritto internazionale, rappresenta un tentativo di guerra preventiva contro la rivoluzione democratica nell’area.

Come sta accadendo all’Arabia Saudita nello Yemen, tuttavia, Erdogan pare destinato a impantanarsi sempre di più in Siria e tale scelta, unitamente al suo rifiuto di negoziare una giusta pace con il Pkk, è destinato a inasprire sempre di più il conflitto interno e la crisi del suo regime. Ciò nonostante continua l’omertà di molti Stati, principalmente quelli europei e ovviamente anche il nostro, nei suoi confronti e nei confronti dei crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati contro il popolo kurdo in Turchia, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani dell’opposizione e del nuovo crimine consistente nell’aggressione spudorata contro i Kurdi siriani che sta provocando molte vittime civili.