Viaggi

Viaggi: un angolo di Ecuador tra i murales di Salinas

Salinas più che un paese è una pagina lasciata aperta su una storia. Ci trovi uno sprazzo di case distribuite fra vie perpendicolari ed esposte al frastuono del sole, donne e uomini seduti sull’uscio a osservare i resti del tempo, chi vende acqua e bibite dal frigorifero della cucina, chi da un negozio costruito fra la dispensa e la finestra, bambini nella divisa di scuola, un binario che lambisce le prime e le ultime facciate, che sfiora i panni stesi lungo la linea, che arriva dalle piantagioni di canna da zucchero che si trovano fino a 30 metri prima del paese. Ci trovi la stazione, che sono due binari in uno spiazzo, sovrastato da un cielo blu saturo e nuvole bianchissime.

Poi c’è la statale, che lambisce l’altro lato di Salinas, dritta come una retta sui libri di scuola, col semaforo che sembra uno scherzo, l’ultima auto era la prima di oggi. Più in là, dietro la stazione, ci trovi delle giostre, bianche, divorate dallo stesso posto per così tanto tempo, e dall’immobilità. Alcune galline gironzolano per il giardino di fronte alla chiesa, e una ragazza sosta nell’angolo di una panchina, come in attesa di divenire un quadro. Poi, a un passo da lì, all’interno di una abitazione aperta, due signore ti fanno assaggiare prodotti tipici che producono nella loro “Industria Santa Catalina”, che è poco più che la loro cucina, e puoi servirti un bicchierino di piña colada o un biscotto con della marmellata di more, capire cosa ti sei perso per l’intero arco della tua vita fino a quel momento, dopodiché se vuoi acquisti qualcosa, oppure assisti alla sorridente pace con la quale vivono, tra frutta e bottigliette di vetro. Su alcuni dei muri del paese si incontrano grandissimi murales disegnati tanto tempo fa, sono importanti, perché rappresentano la storia e la cultura nera del villaggio. I colori furono presi dalla vita, i marroni e i neri dagli escrementi delle mucche e di altri animali, i rossi dal loro sangue, il lavoro nei campi e la canna da zucchero dal sangue dei cittadini, quello degli schiavi di allora.

Naturalmente Salinas si chiama così perché alle spalle del paese ci trovi delle saline. Qui il sale si produce e si vende. C’è anche un museo che lo riguarda, una piccolissima fazenda dove con l’aiuto di una guida del posto puoi farti condurre attraverso le varie fasi di quel bianco mistero silenzioso. Dopo averlo visitato, faccio pranzo con tre ragazzi spagnoli appena conosciuti, due vivono a Valencia e una vive in Ecuador ormai da anni. Uno dei due ragazzi di Valencia lavora da sedici anni in un ristorante italiano, gestito da padre e figlio siciliani. Si fanno due chiacchiere insomma. Si ride, si scherza, ci si domanda cose appena viste o che si vorrebbero fare domani. Ma poco dopo tutto ciò, capirò che non sono queste le cose che contano davvero della giornata. Perché finito il pranzo, e pagato l’ingente conto di 3 euro per primo, secondo, contorno, dolce e jugos de guayaba y mora, ci avviamo verso la stazione per prendere il treno e tornare a Ibarra. Ed è in questo momento che accade una cosa, una cosa piccolissima ma lenta a dissolversi, pur nel lavorìo a volte subdolo degli anni che passano.

Attraversiamo la statale incantata che porta alla costa, facciamo un isolato, e all’angolo fra due stradine, sul marciapiede, cinque bambine ancora nella divisa di scuola ci salutano e ci dicono un solare “buenas dias”. Noi ricambiamo, continuando a camminare. Sono sorridenti e divertite, bellissime. Poi notiamo che accanto a una di loro, credo la più piccola, avrà dieci anni, c’è un minuscolo tavolino con sopra quattro o cinque posacenere di terracotta dipinti. Ci invitano a comprarne uno. Così attraversiamo la stradina, mettono il posacenere più piccolo in mano a Josè, il ragazzo del ristorante italiano di Valencia, e lui chiede quanto fa. Gli dicono “50 centavos” (più o meno 37 centesimi di euro), Josè fa la battuta “come mai così caro?” Sorridono di nuovo. Poi lui aggiunge “mi fate vedere altro dal catalogo?” Così ci mostrano gli altri. Alla fine lui dice una cosa tipo “il primo è il migliore, in effetti”, e le da i 50 centavos.

La bambina di dieci anni accanto al banchetto più piccolo della storia del commercio prende la monetona e lo guarda, dietro Josè ci siamo io e gli altri due ragazzi. Lo guarda guardandoci, e gli dice la cosa più semplice del mondo: “muchas gracias, que te vaya bien”. Ma non è neppure questo che conta. Perché quella bambina nera nella divisa di scuola, coi capelli gonfi e le trecce increspate, lo dice con lo sguardo perso nella felicità del futuro. Difficile da dire, ma facilissimo da ricordare. Lo dice guardandoci con la semplicità della ragione, con gli occhi bagnati di luce che spiegano terra terra “guarda che per essere felice basta essere ciò che sei. Non devi pensarlo,

basta esserlo”. Lo dice guardandoci come si guarda una bellissima invenzione appena fatta. Come se Josè e il posacenere, noi e quell’angolo di Salinas fossimo il trampolino per domani, e lei in quel domani ci sta credendo in modo intatto, che è l’unico modo di credere a domani. Quella bambina possiede, nello sguardo liquido e luminoso, ciò che non possiede e dovrebbe possedere chi gestisce le delicate e importanti questioni del mondo, e cioè la capacità e il desiderio non di avere ma di essere la costruzione di un futuro.

Scriverò queste righe giorni dopo quell’angolo di Salinas, alla fine di quella pagina lasciata aperta su di una storia, perché avevo bisogno di tempo per racimolare le monete di quel momento e di quello sguardo che non dimenticherò mai, neppure quando sarò ancora più rincoglionito di oggi e magari starò su di una panchina a veder pisciare i cani e sputare i padroni, o magari in ospizio a sentirmi raccontare che “fuori piove tanto vale stare qui”. Scriverò queste righe in una mattina di lenzuola stropicciate di un letto, ricordandomi a malapena dove sono, perché ora io sono lì, dove sono rimasto a lungo quei giorni, e dove torno ogni volta che ci penso, a quella bambina nera marroncina e bianca di Salinas che ci ringrazia d’averle dato un altro centavitos del suo bellissimo futuro, luminoso come è giusto che sia. Luminoso come sarà.