Cultura

Sciaranuova Festival, il teatro nelle vigne siciliane

CATANIALentamente muore chi non viaggia” (Martha Medeiros/Pablo Neruda)

Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove” (Pino Cacucci)

Sembra che in un bagaglio a mano, in uno zaino leggero a spalla o a tracolla ci possano stare poche cose. Invece, se vai a scavare, se infili la mano dentro senza il timore di perderla nella bocca del leone, tiri fuori l’infinito: i sorrisi che hai incontrato per strada, i chilometri fatti, i sassi, le vie, i volti, il paesaggio che cambia come la pelle dell’uomo, dall’alba al suo imbrunire. “Non dirmi quanti anni hai, o quanto sei educato e colto, dimmi dove hai viaggiato e che cosa sai” (Maometto).

Tra i filari verde ramarro e la terra nera spigolosa e ruvida, irta e acuminata frutto delle colate dell’Etna, i Planeta, storica azienda vinicola siciliana, oltre a produrre vini eccellenti nati grazie ai sali minerali rilasciati proprio dalle eruzioni nei secoli del vulcano, hanno ideato, nel loro anfiteatro naturale costituito dai terrazzamenti delle vigne, il festival “Sciaranuova” diretto dall’attrice Paola Pace. “Sciara” in siciliano significa appunto la terra dove la lava (l’ultima volta copiosa nell’81) è scesa e dove si è rappresa in queste colate pece impossibili da lavorare.

L’Etna da queste parti la chiamano affettuosamente “Lei”, come fosse una componente della famiglia umanizzandone il carattere, senza paura, convivendo con i suoi continui sbuffi e cambi d’umore. “Lei” è una bella donna che raramente si fa vedere fino alla cima e molte volte ha un cappello di panna per proteggersi e d’inverno un mantello di neve.

Qui, alle falde dell’Etna, in questo paesaggio lunare e poroso, è l’uomo che si è dovuto adeguare ai voleri della Natura, riuscendo a coltivare nelle aree libere oppure aspettando che i massi lavici si dissolvessero e divenissero terra fertile. Fichi d’India, pistacchi, mandorle, nocciole esplodono. Abeti e palme convivono. Pensi alla Sicilia e ti viene in mente il “Viaggio in Italia” di Goethe. Da qui, da un’intuizione letteraria e d’assonanza, è partito il viaggio-spettacolo dell’attore Rosario Tedesco (ha lavorato con Luca Ronconi e Antonio Latella, tra gli altri), di nome ma anche un po’ di fatto visto che ha abitato per anni in Germania. “Se dico Goethe” nasce così, da un personalissimo cammino intrapreso, fuori e dentro, alla ricerca, in continua evoluzione, scandendo passi e scavando fin nell’intimo: “Nel viaggio sei esposto di frequente alla domanda: Chi sei?”. I viaggiatori sono migranti. Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso” (Proverbio indiano).

Il suo è un percorso emozionale, niente cartoline patinate ma piedi per andare, orecchie per ascoltare e cuore per accogliere. E comincia dal centro di accoglienza C.A.R.A. per richiedenti asilo di Trapani per poi entrare nell’Istituto Trapianti “Ismett” di Palermo. “Ah! Il viaggio è un bagno di umiltà: ti rendi conto di quanto è piccolo il luogo che occupi nel mondo”. (Gustave Flaubert). Sempre in balia della solitudine come del sentirsi a casa con sconosciuti continua una scarpa avanti all’altra passando per Roma, dove dorme nella stessa casa del poeta tedesco, raggiungendo a Milano la “Casa Verdi” pensionato per anziani musicisti, prima di ormeggiarsi a Venezia incontrando il più antico cantiere di gondole o ancorandosi in Maremma a casa di una signora tedesca innamorata della natura toscana e trasferitasi qui negli anni ’70. “Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti” (Paul Morand).

E rimbomba sempre la domanda: “Tu chi sei?” e gli altri che ti si raccontano attraverso gli occhi. E infatti ci sono le strette di mano, prima diffidenti che poi si trasformano in abbracci, e i racconti di vita, piccola, minuta, quotidiana, che diventano stratificazioni millenarie come le sciare, colate di esistenze che entrano in contatto con altre vite, mischiandosi. “È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria” (Voltaire).

Tedesco ci dice che c’è tutto un mondo là fuori non da prendere ma da mordere e assaggiare, da conoscere a piccoli passi che non è una gara né una competizione a eliminazione, che l’incontro è sempre tempo guadagnato e mai perso. “Non si fa un viaggio. Il viaggio ci fa e ci disfa, il viaggio ci inventa” (David Le Breton). Ci racconta le debolezze, le crisi di un sistema, i migranti come gli anziani, i trapianti come il sentirsi fuori, diversi, emarginati, il tutto con il sorriso di chi ha fatto tanta strada fuori e dentro di sé, con la calma placida di chi ne deve ancora fare molti, perché se è vero che “Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”, come dice un antico proverbio cinese, allora l’attore si è trasformato mille e più volte, migliorandosi, e se è vero che “Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene”, come scriveva Rosa Luxemburg, allora non ci resta altro da fare se non partire, salpare, andare. Che il vero noi stessi è là fuori nascosto da qualche parte, sotto la cenere di tutte le sovrastrutture che ci siamo inventati.