Donne

Boschi, non solo cosce: arrabbiamoci anche con chi non rispetta la democrazia

Ieri durante un pigro e molle pomeriggio estivo, mentre mi concedevo il lusso delle ferie (c’è chi non le ha) mi arriva un accorato messaggio su Facebook. Una amica scrive in rima: “Il Fatto lo ha rifatto!”. “Cosa?”. “Con la Boschi! La vignetta! Le cosceeeee. Riesci a scriverci, Nadia?”. Rispondo che se scrivo non cambia nulla. Al massimo mi sfogo. Infatti continuo ad avere il blog su Ilfattoquotidiano.it per curare la mia salute. Mantengo bassa la pressione, ma ho anche una vita e non vivo di polemiche per quanto mi ci trovi spesso impantanata dentro fino al collo (ammetto il vizio).

Non sto molto bene da giorni e dopo aver letto il messaggio, pigramente mi alzo dal divano, mi collego al pc, scarico Il Fatto quotidiano cartaceo ed ecco: “Lo stato delle cos(c)e”. La vignetta con la ministra Boschi seduta sulla sedia in un abito corto che scopre le gambe. E’ di Mannelli. Satira? Mi pare una battuta da spirito di patata di un chierichetto che sbircia le compagne di scuola dal buco della serratura e pregusta di far loro dispetto sollevandone le vesti, a sorpresa. Preferisco Natangelo.

Rimugino ributtandomi sul divano “ma porca miseria… Sozza sozzis, munda mundis?… Sto par de ovaie”, ricordando il botta e risposta con Marco Travaglio per un titolo uscito tempo fa sul Fatto quotidiano cartaceo. Ciondolo sul web dove infuria la polemica: la presidente della Camera è indignata, i miei contatti pure. Stefano Feltri nel suo blog su Ilfattoquotidiano.it difende la vignetta e tenta un’arrampicata su una parete di argomentazioni scivolose. Una fatica che si sarebbe risparmiato se avesse ammesso: “La vignetta era brutta e banale”, e via, in cima alla vetta della ragione con un oplà!

Ora in molti si stanno occupando della vignetta e mi chiedo quanti e quante, tra gli indignati, andranno a leggersi, per esempio, l’articolo di Silvia Truzzi. Ma questa è una responsabilità del Fatto quotidiano e non dei lettori o delle lettrici.

Irridere la ministra Boschi per la cellulite, apostrofarla “signorina”, fantasticare di trivelle o trasformare il petrolio in altro per colpirla, è sessista e inefficace. Il rischio è l’effetto paradosso che solleva una cortina fumogena intorno al bersaglio senza che sia impresso nella mente di chi legge ciò che deve, davvero, essere a nudo. Si rischia che siano dimenticate le spericolate (e pericolose perché hanno il tanfo dell’autoritarismo) e goffe affermazioni della ministra: “Chi vota il No alla Costituzione è come Casa Pound” o altre dichiarazioni che ricalcano lo stile da imbonitore televisivo tipico di Berlusconi. Ricordiamo ancora gli slogan che hanno aperto la pista al nulla come quella promessa di “un milione di posti di lavoro”.

Oggi non c’è più Berlusconi (dita incrociate) e ben poco ci resta della politica. Restano corruzione e malaffare e quel nulla, funzionale a difenderle, condito da propaganda. Leggiamo e ascoltiamo a ripetizione: la riforma ci salverà dal terrorismo, ci renderà ricchi e aumenterà il Pil. Un linguaggio che quando non inganna con bugie stupide, tradisce il rispetto della democrazia. Avviene quando la ministra Boschi attacca inopinatamente tutte quelle cittadine e quei cittadini che non approvano affatto la riforma costituzionale e che non vedono l’ora di votare No al referendum.

Ci sono donne e uomini, mi auguro in numero sufficiente a rimandare al mittente la riforma costituzionale, che si indignano se la ministra si dimentica di rappresentare anche loro. Quando dice “Chi è per il No non rispetta il lavoro del parlamento”, mette in discussione lo stesso referendum (cosa vorrebbe la ministra Boschi, una scheda con due caselle Sì o una scheda con il Sì già barrato?) e stigmatizza il dissenso, dimenticando che fa parte della democrazia. Penso, ed è anche per questo che sono incavolata con chi ha il cervello occupato a vedere le donne come aspiranti veline, che ci sono donne che al di là delle capacità, sono aspiranti zarine e che non vanno sottovalutate.

Un’ultima cosa per le compagne femministe: non dobbiamo smettere di indignarci per il sessismo, di solidarizzare con le donne che ne sono colpite, ma arrabbiamoci con chi esige solidarietà per il sessismo e poi non restituisce affatto quella solidarietà alle altre donne, varando politiche inique e che accrescono disparità. E siccome ci aspetta, spero, un autunno caldo, arrabbiamoci con chi non è solidale con la democrazia, un sistema che include il diritto di opporsi, rifiutare, criticare, attaccare le scelte del governo ma soprattutto il diritto di poter manifestare il dissenso (e ad ascoltarlo anche in Rai).

E Il Fatto Quotidiano? Troppo spesso ultimamente, cede a una goliardia maschia fuori tempo massimo e il suo direttore, Marco Travaglio, non dovrebbe dimenticare che se si difende la democrazia, non lo si può fare col linguaggio sessista perché è il linguaggio che accompagna sempre gli autoritarismi come un fedele servitore che agita il manganello se necessario.

Chi dice di battersi per una democrazia che includa tutte e tutti, non deve più mettere le donne nella condizione di scegliere tra diverse gradazioni o espressioni di autoritarismo.

@nadiesdaa