Società

I figli dei milionari che fanno lavori umili (a tempo)? Inutile e seccante

La figlia minore di Barack e Michelle Obama Natasha (Sasha) va a fare per qualche giorno la cassiera in un posto, un ristorante di pesce, sull’esclusiva isola di Martha’s Vineyard scortata da sei agenti del Secret Service e tutti i boccaloni a dire: “Ammazza quanto è democratico Obama”. Intanto la figlia di Bill e Hillary Clinton, Chelsea, una che praticamente non ha mai lavorato, se non in fondazioni che gestivano fondi collegati alle attività politiche dei suoi genitori, ha sposato un banchiere e comprato un attico a Manhattan per 4 milioni di dollari. Ma forse da ragazzina aveva venduto il latte in qualche dairy, democraticamente. Vicende che mi ricordano Giovannino Agnelli, figlio di Umberto e nipote prediletto di Gianni, di cui si diceva che in incognito (t’immagini) fosse andato a lavorare alla catena di montaggio in Piaggio, azienda che avrebbe poi – se la memoria non mi’inganna – amministrato prima di morire prematuramente, e tutti a dire: “Vedi, persino un Agnelli deve fare la gavetta“. Il sociologo Francesco Alberoni qualche anno fa commentava serio dalle colonne de Il Corriere della Sera: “I grandi imprenditori, dopo averli fatti studiare in scuole dure e selettive, [ai figli] facevano fare loro carriera incominciando dai lavori più umili. Il figlio dell’uomo più ricco del mondo, Bill Gates, si è mantenuto agli studi lavorando.

Il punto è che queste esperienze ‘lavorative’ non si svolgono in incognita: non tanto perché chi le fa non venga riconosciuto dagli altri – anche perché voglio vedere come farebbe uno a passare inosservato con sei nerboruti tizi con occhiali scuri, auricolari e armi disinvoltamente a ronzare nei paraggi, che ti accompagnano al lavoro con macchine blindate dai vetri oscurati e ti vengono a riprendere prelevandoti stile rendition – quanto per il fatto che chi le fa sa benissimo chi è, da dove viene e dove tornerà.

Ricordo i ricchi che facevano le ‘esperienze di povertà’: provare a vivere da poveri per una settimana. Che lo faccia la borghesia annoiata e ferita dal senso di colpa potrei pure capirlo, ma quando c’è di mezzo la politica la cosa diventa più seria.

Il tentativo è di dire: siamo uguali, anche io faccio ciò che fate voi per vivere. Il punto è che non è vero. La figlia di Obama non fa la cassiera dietro quello che il filosofo statunitense John Rawls avrebbe chiamato ‘velo di ignoranza’, cioè all’oscuro delle proprie condizioni economiche e sociali. Sa perfettamente che non farà la cassiera tutta la vita, e che il posto che le verrà assegnato nel mondo è ampiamente prevedibile, e che è un posto magnifico. Dunque a cosa servono queste esperienze? A capire cosa vuol dire vivere di uno stipendio misero facendo un lavoro non esaltante? Ed è possibile farlo se si sa che poi si tornerà a casa, alla propria esistenza dorata, quella che garantisce un futuro di agi e lussi?

Se questo è, preferisco che il potente si conceda i paramenti lussuosi che il suo rango prevede, che egli si atteggi a semidio, che non si confonda con i comuni mortali, che sia dedito alla crapula e al dispendio sia in pubblico che in privato. A che serve ostentare un contegno morigerato e sobrio in pubblico e trasformarsi in Eliogabali solo in privato? (che poi per il povero Bassiano erano tutte calunnie di Elio Lampridio).

Il lusso e la ricchezza non sono né un peccato né una colpa. Ma occorre farsi carico dei loro effetti: inutile cercare di sottrarsi al prezzo, talvolta certo eccessivo, che la popolarità, la condizione economica, il potere comportano cercando di sembrare ‘come tutti’ quando non si è come tutti. Meglio allora il Marchese del Grillo: poter dire “Perché io so’ io, e voi non siete…”, condurre una vita goliardica e dispendiosa, godere dello status toccato in sorte. Farlo a viso aperto, sapendo che qualche sputacchio arriverà.