Cultura

Teatro a Corte, stupore e performance d’eccezione tra le regge di Torino

TORINO – In tempi di nazionali di calcio che si sfidano sull’erba, molti italiani cantando l’inno storpiano un passaggio fondamentale: “Stringiamoci a corte”, dicono. Sarebbe a coorte, ma il termine è vetusto, passato, andato nel preistorico. Nell’errore, lo stringersi nella corte, nell’aia, nel chiostro e, allargandone il senso, nella reggia, nel palazzo, è proprio il senso intimo del festival torinese che tocca le residenze sabaude (Rivoli e Racconigi, Venaria e Stupinigi) che fioriscono attorno alla città della Mole e degli egizi, del cinema e della Fiat, di Agnelli e Juve e gianduia.

Raffinato e ricercato il “Teatro a Corte” (7-17 luglio) ha un impianto e una pasta internazionale; qui si sente, si respira un altro tipo di dissertazione teatrale e artistica lontano dalle piccolezze nostrane. Un francese, un inglese, uno spagnolo. Sembra una vecchia barzelletta. Invece sono tre spettacoli folgoranti, carichi di senso, potenti nel loro aprire vasi di Pandora di questioni, punti interrogativi e riflessioni. Ad un grande impatto visivo-estetizzante, che certamente non si esaurisce in sé, queste tre performance, Les Limbes di Etienne Saglio, A string section delle Reckless Sleepers e La partida di Vero Cendoya, con il gesto e un uso infinitesimale della parola, sono state capaci di scardinare mondi magici, il primo, arcaici, il secondo, di genere e ludico, il terzo.

Unire l’artigianalità con l’uso di strumentazioni tecnologiche, esaltando la poesia della prima parte con la magia artificiale della seconda, è possibile. Ce lo conferma Saglio con Les Limbes, un gioco sul filo della vita e della morte, del demone che ci abita ma anche un discorso aperto sul doppio. In un nero assoluto uno spadaccino duella prima con un manichino-Nosferatu poi con uno spirito, un fantasma creato semplicemente con un brandello di plastica che svolazza al vento e che si muove come volute di fumo, come la piuma di Forrest Gump, come meduse che fluttuano, come il velo della Sposa cadavere. Il suo doppio, la morte, lo avvolge, stritola, soffoca, ammanta in una danza che in dissolvenza crea immagini di sogno dove i “21 grammi” prendono sostanza e corpo, apparizioni ed epifanie.

Cinque strane orchestrali silenziose entrano in scena in A string section. Non hanno strumenti ma portano l’ossimoro dell’armonia, il contrario della melodia. Non la costruzione ma la distruzione, non il femminile delicato ma il maschile aggressivo e violento. Un seghetto al posto degli archetti. Al posto di violoncelli sedie di legno. Roba da falegnami, da Geppetto, da onanisti. Eleganti in nero e tacchi, se ne stanno compunte e precise a recidere le gambe della loro seduta. E più tagliano e spezzano, più il loro equilibrio diviene storto e precario, scosceso e scivoloso, sbilenco e asimmetrico.

Artigiane della distruzione, dello scasso, della devastazione. Sono naufraghe sopra un lembo di terra, come l’orso polare che si aggrappa all’ultimo straccio di ghiaccio prima di soccombere alle onde conseguenze dell’effetto serra e del buco dell’ozono, se ne stanno sul loro atollo, sulla duna nell’oasi attendendo la disfatta, la sconfitta. Dondolano di olio di gomito e bicipiti in gonnella nelle loro spaccate e pose da Basic Instinct. Con una forzatura di genere il loro rimanere in equilibrio nonostante tutto rappresenta la questione femminile in questo mondo maschilista. Con una forzatura geopolitica potrebbero rappresentare i cinque continenti, il nostro mondo alla deriva che sfasciamo colpevoli e che si accatasta sotto i nostri piedi.

Con una forzatura ambientalista potremmo spingerci a dire che è l’uomo che taglia alberi e foreste per poi cadere nel cemento, l’uomo che si toglie la terra da sotto le suole e precipita vertiginosamente. Con una forzatura libertaria, in clima di 14 luglio e Rivoluzione francese, potrebbe essere un tagliare le poltrone, le teste cotonate in un eccesso di democratizzazione.

Con La partida si uniscono calciofili e teatranti, mondi di solito ben separati e distanti. Far sfidare cinque danzatrici e cinque calciatori (uno somiglia all’uruguaiano Forlan, uno a Taribo West, un altro all’ex juventino Montero), il gesto leggero e polpacci rudi, la sottigliezza e la grossolanità, lo slanciato contro il greve dei tacchetti. In questa partita metaforica (ma in un campo vero con porte, linee, aree) si scontrano due mondi, il femminile che si muove compatto, in armonia e in collettive coreografie versus il maschile individualista, gestiti da un direttore di gara (molto simile a quello interpretato da Stefano Accorsi nel film L’arbitro, un po’ Moreno che eliminò ai mondiali l’Italia del Trap) ballerino, soubrette, etoile.

Gli uomini, si sa vengono da Marte, vogliono sempre avere il controllo della palla, le donne venusiane non hanno bisogno dell’oggetto reale ma giocano e dribblano nel simbolico, nell’invisibile. Gli uomini non riescono a “penetrare” fin quando è proprio la donna che diventa pallone, calciata dagli uomini. Nell’allegria del “gioco più bello del mondo” una severa condanna allo sport preferito dagli uomini a tutte le latitudini: il linciaggio della donna. Stringiamoci a corte, Torino chiamò.