Musica

Gli uccelli di Battiato e le ‘traiettorie impercettibili’ dei miei sogni

Ci sono momenti in cui è necessario tacere. Ci sono momenti in cui è necessario mettersi in ascolto, capire la direzione, riassestare la rotta. Ci sono momenti in cui ti affidi nuovamente a te stesso, riprendi contatto con la parte più profonda del tuo sentire, e per farlo hai bisogno di distaccarti da tutto ciò che hai intorno. A tratti, solo in brevissimi momenti possibili. Lasci il mondo e ti riappropri di te, dei voli di pensiero. “Voli imprevedibili ed ascese velocissime”. “Giochi di aperture alari che nascondono segreti”. “Cambiano le prospettive al mondo”. “Traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali”.

“Gli uccelli”, pezzo splendido di Franco Battiato che da sempre adoro, in questi giorni assorbe il mio cervello, inglobandone parole e musica.

Quando ci si ferma mentalmente, in realtà si riesce a volare più lontano, si riesce a capire meglio ciò che ci accade intorno, ci si osserva da fuori, ci si mette in discussione.

Il pensiero critico è qualcosa che si usa spesso verso l’esterno, ma se quella stessa criticità la interiorizziamo e la rivolgiamo verso noi stessi in egual misura, allora è necessario fermarsi per poter riprendere un volo davvero libero, consapevole dei propri limiti, degli ostacoli e degli errori possibili, spesso inevitabili. E oggi ho continuamente la visione degli uccelli in volo, che quel genio di Battiato ha saputo descrivere magistralmente.

Per anni ho “sofferto” di paralisi del sonno allo stadio più acuto, e quindi con annesse allucinazioni e tanto di esperienze extracorporee (Obe, ossia Out of body experience). Non è però della patologia nello specifico che voglio scrivere, perché non è questo che mi interessa adesso, e comunque nessun medico all’epoca mi diede soluzioni al problema. Insomma, sta di fatto che per almeno otto anni, ho vissuto esperienze extracorporee durante le fasi di pre-dormia, e pre-veglia, quasi tutte le notti, anche più volte nella stessa notte. Il corpo dorme, ma il cervello no. Semplice. Ragiona, vede nel buio, vede cose vere e cose che invece non sono reali; tutto questo mentre dormi, o almeno così pare, creando stati allucinatori di vario tipo e natura, anche se spesso associati a sensazioni spiacevoli, cruente e ansiogene. Il cervello ha percezione del corpo, sente il dolore fisico di un dolore non reale; un rumore metallico e assordante spesso accompagna la dissociazione e il corpo resta paralizzato nella sua pesantezza. Io l’ho osservato dall’alto. Sorvolato, lasciato, dimenticato. Qualcos’altro ti trascina via da ciò che non è più tuo, e sbatti contro le pareti, voli via, sei fuori da te.. o forse più dentro che mai.

Comunque sei pervaso da una paura fottuta, anche se in realtà la paura inizia prima, quando tutto è in preparazione, in quei pochi istanti che collegano la sensazione di paralisi all’uscita dal corpo; forse è paura di quella libertà che non sei abituato a provare, paura di se stessi, della parte più intima, quella nuda, quella che non si può gestire con le apparenze e i modi di fare. Dopo anni di silenzio, una sera, mi confidai con un amico che mi consigliò di leggere qualche libro di Carlos Castaneda, tra cui “L’arte di sognare”, e poi mi invitò a gestire il “volo” nel momento del distacco, mantenendo la calma. “La mente è qualcosa dai poteri immensi – mi disse – e i giochi, puoi provare a guidarli tu. Guardati le mani mentre ti accade. Non quelle del corpo assente che non puoi muovere, ma quelle del tuo corpo interiore, quello da cui riesci a guardarti dall’alto, quello che senti portare via e gestire da qualcos’altro che non sei tu. Non avere paura, e decidi tu dove te ne vuoi andare. Vedrai, andrà bene”

Poco tempo dopo ci provai. La finestra della mia camera era aperta e sono volata via. Ho volato tra le stelle, ho virato a braccia aperte, ho seguito il mio percorso, ho scelto la mia direzione. Poi ho deciso di tornare. Da quell’esperienza è successo altre volte, anche se non sempre con lo stesso risultato appagante. Non sempre sono riuscita a contenere le emozioni e a prendere in mano il mio volo, ma piano piano le paralisi sono diminuite, prima diradandosi, fino poi a scomparire.

Sono anni che non mi accade più, in parte ne ho quasi nostalgia, ma ricordo perfettamente cosa sia stato quel volo. E solo ora ipotizzo perché “Gli uccelli” di Battiato mi abbia chiamato a sé in modo così prepotente. Ci sono momenti in cui è necessario tacere, riprendere il contatto con la parte più profonda di se stessi. Non si può avere paura delle proprie potenzialità, degli errori, né delle nostre insicurezze, quelle che badiamo bene a non mostrare agli altri. Ci sono momenti in cui è necessario toccarsi dentro, riassestare il proprio volo, e riacquisirne il controllo.