Politica

Italicum, la mela avvelenata di Renzi alla minoranza pd

L’idea di modificare l’Italicum è la mela avvelenata del segretario del Pd e inquilino di Palazzo Chigi alla minoranza del suo partito. Minoranza che, data la proverbiale lungimiranza e il fiuto storico per le fregature, non può che cadere nel tranello. E non perché non se ne siano accorti, dalle parti di Pier Luigi Bersani e Miguel Gotor, ma per la volontà cieca, testarda, di non spaccare il partito, di non votare No al referendum costituzionale che, come è noto, con l’Italicum come è adesso costituisce una miscela esplosiva di autoritarismo democratico.

In fondo la richiesta di modifica dell’Italicum è una preghiera che si innalza dal coro di coloro che dicono “dateci solo un pretesto per votare Sì e noi lo faremo”. La minoranza aspetta a gloria questo pretesto, ed è particolarmente bizzarro che Renzi finora non avesse colto questo fatto. O forse non ha voluto coglierlo. La tetragona volontà del Presidente del Consiglio si fondava sul l’assunto che la minoranza dovesse ingollare tutto l’amaro calice. Una prova di forza un po’ sadica nei confronti della minoranza interna, un “vedrete: strepitano, ma li costringerò a votare Sì”. E ci sarebbe riuscito se non fossero intervenute le elezioni amministrative a spezzare il sogno di una luna di miele col paese (ma Renzi questo lo sapeva già, solo che ora lo sanno anche quelli che ancora ci credevano, i più realisti del re). Solo pochi giorni prima il risultato di Roma, Napoli, Torino, in fondo anche Milano ha segnalato a Renzi il ‘pericolo’ 5s, tanto più che si registra una saldatura a sinistra proprio sul MoVimento.

Dunque la smaccata strategia di cucirsi addosso una legge elettorale ad personam si è schiantata contro la realtà patente: qua con l’Italicum vincono i pentastellati, si sono detti. E del resto oggi Repubblica, giornale non certo benevolente nei confronti dei 5s, pubblica un sondaggio Demos in cui si registra il sorpasso di Di Maio ai danni di Renzi e il sorpasso (10 punti percentuali) dei 5s sul Pd.

Ora, la pantomima attorno alla legge elettorale non fa onore a chi l’ha pensata né a chi crede di cambiare le carte in corsa per il tornaconto personale. Se i continui richiami alla scrittura di una legge che duri e che non sia costruita a uso e consumo di chi la scrive sono finora caduti nel vuoto, sarebbe forse il caso di dirlo una volta per tutte che pasticciare una cosa già pasticciata non farebbe che rendere il risultato, se possibile, pasticciato al cubo. Si dirà che occorre limare quei profili che la Corte costituzionale, chiamata a ottobre – poco prima del referendum costituzionale – a deliberare sulla costituzionalità dell’Italicum, potrebbe rilevare in continuità con i limiti del Porcellum. Che questa esigenza venga percepita oggi è la foglia di fico di chi teme che a ottobre possa cadere il governo e che si possa andare – dietro magari la spinta di una opinione pubblica a quel punto sfibrata e agguerrita – alle elezioni. Fermo restando che naturalmente queste – lo scioglimento delle Camere, l’indizione di nuove elezioni – sono cose che decide il Presidente della Repubblica, e non Renzi, il quale da qualche tempo ha fatto marcia indietro sulla personalizzazione del referendum costituzionale, è chiaro che lo spauracchio sono i 5s, contro i quali questa legge era stata confezionata.

Tuttavia, se una legge elettorale deve servire a qualcosa, è a restituire voce ai cittadini, verso i quali invece, grottescamente, si nutrono sempre più timori e paure (si veda il caso Brexit e l’isteria che lo circonda), come se il grande non-detto della modernità politica, ovvero che la democrazia rappresentativa è un ideale normativo raramente sfiorato, si stesse trasformando nella cinica affermazione che tanto votare non serve a niente, poiché chi decide sono le oligarchie politiche e finanziarie. È come se si dicesse: siccome la democrazia ha funzionato poco, perché non ce ne sbarazziamo?