Donne

Femminicidio: il 2 giugno per le donne non bandiere tricolore ma drappi rossi

 

Dopo la commozione per la morte di Sara Di Pietrantonio, dalla rete è partita spontaneamente una iniziativa. Un messaggio diffuso su Whatsapp e Twitter, ha invitato le italiane a compiere azioni contro la cultura del femminicidio. Il 2 giugno si è tenuto  un flash mob in diverse città italiane ((lanciato dalla blogger Simona Sforza) per dire basta alla violenza contro le donne. Insieme al flash mob è stata lanciata l’idea  di esporre drappi rossi alle finestre e ai balconi delle case, eppoi rilanciare in rete l’iniziativa.  Così è accaduto che durante la Festa della Repubblica, al tricolore celebrato con la  parata di un esercito e dei suoi carri armati, si è  sovrapposto  il drappo rosso esposto dalle donne contro la violenza maschile. Esiste una frattura, una stonatura tra questi due mondi e modi di celebrare una appartenenza. Qualcosa su cui riflettere.

Anarkikka, illustratrice femminista, ha disegnato una vignetta e ha creato l‘hashtag #Saranonsarà  sollecitando uomini e donne,  insieme al gruppo #ObiettiamoLaSanzione, a rilanciare domenica 5 giugno, l’iniziativa della rete,  per  invitare ad una mobilitazione permanente contro la violenza e il sessismo. L’obiettivo é quello di realizzare  interventi articolati che incidano sulla cultura e non chiedere leggi che inaspriscano le condanne.

Abbiamo smesso di pubblicare i numeri delle donne vittime di femminicidio ma non per questo quei crimini sono cessati.  La cadenza è rimasta la stessa, una ogni due giorni. Sara con il suo sguardo limpido e tenero, si muoveva  nella vita con tutto il desiderio  che si può avere a ventidue anni. Il “bravo ragazzo” che era stato insieme a lei per due anni, l’ha inseguita e  uccisa sulle strade di Roma perché si era sentito rifiutato. Una morte  simile a quella della giovane pakistana di diciannove anni, picchiata e bruciata viva durante una spedizione punitiva attuata  da cinque uomini.  La sua colpa? Aver rifiutato una proposta di  matrimonio.

In Italia come in Pakistan o in altre regioni del mondo, le donne possono essere  ammazzate per le loro scelte. Avviene in virtù di leggi in vigore o di leggi inscritte nella memoria che negano loro individualità, identità, desideri.  Le  azioni degli uomini che le uccidono sono il prodotto di una cultura millenaria, costruita su linguaggio, miti, religione, immaginario, stereotipi, ruoli di genere imposti,  dove anche la violenza ha una sua funzione. E’ l’estremo atto che sancisce il potere maschile sulla vita delle donne.

In Francia, nello stesso giorno in cui Sara veniva uccisa,  un uomo uccideva la moglie. Due giorni dopo l’uccisione di Sara, è avvenuto  un altro femmicidio in Italia. Nella provincia di Milano, Maria Teresa Meo è stata accoltellata dal marito che poi si è suicidato. Una donna è stata trovata in fin di vita a Valderice, dopo essere stata aggredita e forse stuprata. Ieri a Bologna, una donna incinta è stata avvelenata con la soda caustica: il compagno ha confessato. Eppoi ci sono le violenze rivelate dalle indagini statistiche, sempre smentite dai sostenitori e dalle sostenitrici del  machismo, queste ultime spesso più realiste del re. Spesso si liquida il fenomeno come invenzione delle femministe  o con la tesi  che i dati descrivano una quota accettabile di violenza maschile. Una normalità con cui le donne dovrebbero continuare a  convivere, senza lamentarsi troppo, limitando la loro libertà. Ma nessun messaggio, nessuna prescrizione o ammonimento  viene rivolto agli autori di violenza.  Ci si dimentica troppo spesso che fino al 1981, una legge, una delle tante, alleggeriva le loro azioni grazie al delitto d’onore e, fino al 1997, una legge definiva lo stupro, un crimine contro la morale e non contro la persona.

La cultura del femminicidio resiste nella ipocrisia dei politici che accusano di indifferenza i passanti che non  hanno aiutato Sara eppoi sono ostaggio (quando non sono i sostenitori) dei movimenti conservatori e integralisti cattolici, che impediscono  di sensibilizzare i giovani nelle scuole contro il sessismo, l’omofobia, il razzismo. Nel  Parlamento si mette mano al problema solo per dare risposte securitarie eppoi è finita lì. E spesso a quella ipocrisia si somma l’ignavia di fronte al rischio di chiusura dei centri antiviolenza, come sta avvenendo a Roma. Il centro antiviolenza comunale “ Donatella Colasanti Rosaria Lopez” che ha accolto 10mila donne, rischia di scomparire. Ancora una volta alle attiviste viene chiesto di battersi con una petizione pubblica perché non venga perso un luogo che accoglie le vittime di violenza.

La cultura del femminicidio resiste se la sua denuncia sociale  è affidata ad una cattiva informazione. Stereotipi e banalità rafforzano la costruzione culturale del desiderio maschile e la  violenza contro le donne  resta ancorata  alla narrazione del binomio romantico amore-odio, amore-morte. Se  nelle trasmissioni televisive o sulla stampa, non si fanno approfondimenti , se si lascia spazio ad opinionisti (i soliti) disinformati, se si cavalca il fatto di cronaca solleticando il lato emotivo del pubblico, si  distorce lo svelamento della violenza contro le donne. Il sessismo è radicato ancora e lo testimoniano i commenti che sul web, in dispregio della morte delle donne,  ripetono rancorosamente “Se l’è cercata”.

E’ avvenuto anche nel caso della giovane brasiliana stuprata da 33 uomini, fotografata ferita e in stato d’incoscienza, ed esposta ad una gogna gradita a 500 utenti di fb. Il caso  ha fatto esplodere le proteste delle donne brasiliane. In Italia come nel mondo,  le donne vittime di violenza diventano per la cultura maschilista, figlie di nessuno e la responsabilità della violenza sessista ricade su di loro come una colpa. Alla violenza degli autori si aggiunge la violenza della società. Altre volte  il fastidio avvertito per le vittime può essere legato ad un senso di colpa collettivo che  non viene elaborato, e fa scattare una rabbiosità sorda ad ogni sentimento o empatia.

Oppure accade di peggio. Si narra il massacro di una donna senza  alcun pudore, brutalmente,  come in quel titolo di  Libero che ha parlato di Sara come di una ragazza “arrostita” suscitando indignazione e proteste. Qualche giorno dopo, in difesa di una scelta deprecabile, Vittorio Feltri, il suo direttore, ha banalizzato l’episodio e ha pronunciato parole  che ancora dileggiano la morte violenta e disumana di una giovane donna. Senza empatia, senza vergogna alcuna.

La cultura del femminicidio resiste con una giustizia che rivittimizza le donne nei tribunali che trasforma le vittime di stupro in imputate o che continua giudicare femminicidi come atti istintivi, non premeditati. Si riesuma il concetto del raptus eppure conosciamo le dinamiche delle violenze e dello stalking. Gli atti violenti sono pensati, immaginati, preparati, spesso, con giorni e mesi di anticipo, persino anni.

Al movimento delle donne e a quegli uomini, sempre più numerosi, che ne condividono l’attività politica e che partecipano al sogno di costruire una società diversa,  spetta riprendere  da dove si è lasciato. Ogni volta. Riscrivendo le stesse parole, impegnandosi ogni giorno in progetti politici e riaffermando  la  speranza di un cambiamento con pensieri e azioni. Per Sara e per le altre che ci sono state e che non sono più. Per i diritti di tutte che comprendono sempre senza escludere mai, i diritti di tutti.

@nadiesdaa