Cultura

Giorgio Albertazzi morto a 92 anni, ecco l’Enrico V di Shakespeare rivisto con Dario Fo: “Guai a chi contesta il pensiero del re”

Pubblichiamo il “Dialogo sulla guerra dall’Enrico V di Shakespeare”, un testo di Giorgio Albertazzi, che si è spento il 28 maggio a 92 anni, e Dario Fo. La rappresentazione è andata in scena al Teatro Globe di Roma undici anni fa. 

PERSONAGGI
ENRICO V: Giorgio Albertazzi
IL SOLDATO BATES: Dario Fo
IL SOLDATO COURT: Fabrizio De Giovanni
IL SOLDATO WILLIAM

PROLOGO
Il testo che noi mettiamo in scena racconta di come il re Enrico V, prima di un’importante battaglia, si presentasse ai suoi soldati sotto false spoglie, truccato da semplice combattente, per poter provocare i suoi uomini e conoscerne l’umore e il pensiero.
A nostro avviso questi dialoghi sono stati manomessi da estranei in favore di un’idea tutta a vantaggio del potere.
Dal momento in cui Giorgio ed io abbiamo deciso di mettere in scena quel contrasto di Enrico V con un veterano di grande esperienza e credibilità, abbiamo capito che bisognava intervenire per ripristinare il dialogo censurato.

Siamo di notte, a malapena ci si intuisce l’un l’altro.

Fabrizio: Che cos’è quella luce cosi’ intensa che taglia l’orizzonte? È forse l’alba?
Dario: Già… L’alba di una giornata di sangue…
Fabrizio: Spero davvero non sia quello schizzato dalle nostre vene a colorare di vermiglio il cielo.
Dario: (puntando l’arma) Chi è là?
Giorgio: Un amico.
WILLIAM: Chi è il vostro comandante?
Giorgio: Sir Thomas Erpingham.
WILLIAM: Un buon generale, un uomo squisito. Che cosa ne pensa, lui, il comandante, della nostra situazione?
Giorgio: Che siamo come dei naufraghi su un banco di sabbia che si aspettano di essere risucchiati dalla prossima marea.
Dario: Bella previsione per il nostro destino di truppa! Prospettare fin d’ora che andremo a picco, galleggiando poi gonfi d’acqua!
Fabrizio: Ma il generale, questi suoi pensieri, non li ha confidati al re?
Giorgio: No, né sarebbe opportuno che lo facesse.
Dario: E per che motivo non sarebbbe opportuno? E che è, gli vuol fare una sorpresa per poi sbottare in uno sghignazzo?
Fabrizio: Non sfottere! Piuttosto, continua… Perché non dovrebbe dirlo al re?
Giorgio: Perché, sia detto fra noi, credo che il re non sia altro che un uomo come me: il profumo di una violetta lo sente come lo sento io; il firmamento gli appare come appare a me; tutti i suoi sensi non sono che facoltà umane.
Dario: Strano è ascoltare da un soldato di truppa un pensiero tutto palesemente propenso a issare il nostro monarca sopra il livello dei normali morituri, quali noi siamo!

Bella previsione per il nostro destino di truppa! Prospettare fin d’ora che andremo a picco, galleggiando poi gonfi d’acqua!

Fabrizio: Eccolo, la solita upupa che gracchia nella notte! Vai avanti, tu.
Giorgio: Dicevo che a lui, al nostro Enrico, quando gli prende con ragione sgomento, quella strizza gli causa pallore e fors’anche collasso.
Dario: Sì, quello che noi chiamiamo “farsela adosso”, “esser presi dallo scagazzo”.
Fabrizio: Per favore! Stavo sempre parlando di un re! Che gusto ci trovi a cercare di sputtanarlo in queso modo?
Dario: Ah, bella logica! Teniamo il re in una scatola d’ovatta, tappiamogli le orecchie e gli occhi così da poterlo mostrare alle truppe sempre sorridente e sereno!
Giorgio: Non volevo intendere questo, tu mi vuoi ad ogni costo ribaltare ogni idea che provo ad esprimere.
Fabrizio: Io ti sto seguendo. Prosegui, sono d’accordo.

Dario: Senti: la puoi condire come ti pare e il re potrà mostrare da disinformato tutto il coraggio che vuole, ma credo che anche in una notte fredda come questa, preferirebbe starsene a bagno diaccio nel Tamigi con l’acqua alla gola.
Giorgio: Magari si potesse combinare ’sto scambio, pur di cavarsi da qui! Come dice il proverbio: meglio arrancare galleggiando nell’acqua del tuo fiume che ritrovarti a mollo in uno stagno fetido in compagnia di rane che ti cantano il de profundis. Quanto a me, credo che non potrei morire contento da nessun’altra parte se non in compagnia del re, dal momento che la sua causa è sacrosanta e la sua guerra giusta e onesta.
Dario: Eccolo qua l’eroico servo ad ogni costo: o col re o con nessuno! Ora tira fuori anche ’sta bella sentenza… Ma quando mai una guerra si è dimostrata onesta e giusta? Chiedilo un po’ agli scannati, a quelli andati a fuoco con il loro fienile, fatti a pezzi senza ragione!
Fabrizio: A noi basta che siamo sudditi del re. Altro non ci occorre sapere.

Ma quando mai una guerra si è dimostrata onesta e giusta? Chiedilo un po’ agli scannati, a quelli andati a fuoco con il loro fienile, fatti a pezzi senza ragione!

Dario: Ma certo! Noi non dobbiamo avere idee nostre. Le idee portano al dubbio e il dubbio all’angoscia… l’angoscia alla paura… Via le idee e saremo soldati senza paura.
Fabrizio: Ah! Rieccolo il falso saggio, con i giochetti di parola agili come quelli di un buffone che fa rotear palline di pezza!
Dario: No, non è giocoleria ma dialettica la mia. Una cosa che non esiste nel tuo cranio.
Fabrizio: No, non mi convinci con questa tua “dea lettica”… Io so soltanto che, ammesso che la causa del re sia ingiusta, l’obbedienza al re ci assolve di ogni colpa.
Dario: Sì. Ma attento, che se la causa del re si scopre essere ingiusta, il re stesso avrà un tragico conto da pagare, quando tutte quelle gambe e braccia e teste mozzate in battaglia si ritroveranno insieme nel giorno della resurrezione dei morti e ogni organo o frammento andrà saltellando intorno alla ricerca del proprio tronco a cui rincollarsi.

Giorgio: Ma come puoi imporre al re la colpa del massacro? Egli non decide da solo, giacché la sua corona gli è posta in capo per volere del creatore.
Dario: Certo. E anche l’altro re, quello che ci sta contro, e tutti i regnanti che ci attaccano per distruggerci, francesi, tedeschi, spagnoli, sono stati ispirati da Dio. Te lo vedi, tu, Dio che si getta da un trono all’altro brandendo la croce e gridando: “Vai! Battiti nel mio nome contro l’esercito del male!”.
Giorgio: Come dire che Dio non c’entra niente? Che non ha nessuna responsabilità nei massacri condotti dagli uomini?
WILLIAM: Sbaglio o sei tutto dalla parte del re?
Giorgio: No, non tutto. Non posso concedere tutta la mia fiducia a questo pomposo incosciente che s’è messo in campo ben sapendo che ci potrà rimettere la pelle come un qualsiasi lanciotto della sua schiera. E finir sconciato nel viso e nel corpo nel mucchio dei massacrati da non essere più riconosciuto.

Ma come puoi imporre al re la colpa del massacro? Egli non decide da solo, giacché la sua corona gli è posta in capo per volere del creatore

Dario: Non dimentichiamo che il re, a nostra differenza, se fatto prigioniero, non sarà scannato, basta che paghi un congruo riscatto.
Giorgio: No. Il re ha giurato che non accetterà mai d’essere liberato grazie al riscatto.
Dario: Questo è ciò che ha promesso… Ma è ben risaputo che immancabilmente re e capipopolo non tengono fede alla parola data.
Giorgio: Sei fortunato! Se io fossi il re torrei la mia spada e ti farei ben pagare questa offesa.
Dario: Anch’io, se tu fossi il re, vorrei darti ’sta lezione. Ci possiamo sempre incontrare appena terminata la battaglia.
Giorgio: Già, sempre che l’uno riesca a trovare l’altro ancora vivo.

E qui finisce la concione. Anche il finale dell’ultima versione è sintomatico di un aggiustamento evidente: finita la battaglia guadagnata dal re e dal suo esercito, Enrico rintraccia il soldato che gli ha tenuto testa nello scontro verbale nella notte precedente e lo fa impiccare. Guai a chi contesta il pensiero del re!