Politica

Il Sud dimenticato dai governi degli ultimi 40 anni. L’ultimo ad occuparsene fu Moro

Il 9 maggio ricorreva l’anniversario triste dell’assassinio dell’on Aldo Moro. Forse, pochi sanno che il politico di Maglie, assai più di tanti altri, seppe tradurre il proprio meridionalismo in azione politica concreta. Con continuità, lungo gli anni dell’impegno di Governo: è stato ministro e presidente del Consiglio. Furono anni di proficuo impiego dei fondi straordinari della Cassa del Mezzogiorno. Nel 1959 Moro diceva: “Si può ben dire che la soluzione che noi daremo a ogni nostro problema economico rischia di risultare una pseudo soluzione se disoccupazione e mezzogiorno continueranno a presentarsi come problemi largamente irrisolti”. E sempre nello stesso discorso, a Firenze: “Noi siamo riusciti a portare il saggio di sviluppo del sud al livello di quello del nord, non a farlo superare nella misura necessaria per ottenere una sostanziale riduzione dell’attuale divario”.

La questione del divario evidentissimo che attraversava il paese alla fine del fascismo impose la necessità di una programmazione di lungo respiro, per risollevare le sorti del Mezzogiorno. Moro ne era uno dei propugnatori, stante l’indissolubile interdipendenza tra le due aree del paese. L’idea morotea era chiaramente orientata a favorire un riequilibrio interno, per scongiurare l’ampliamento dei divari. Forse molti decisori di oggi dovrebbero rileggere queste pagine, ricche di senso di responsabilità e di consapevolezza del ruolo rivestito, con serietà e preparazione. E di amore verso il paese tutto. Quello di Moro fu un meridionalismo che non scadde mai nel regionalismo. La rivendicazione di dignità ed eguaglianza del Sud era percepita come un’urgenza inderogabile. Prioritaria. E proprio i discorsi inaugurali della Fiera del Levante, ormai declassati nelle agende dei recenti governi, erano invece momenti programmatici rilevantissimi per il Sud e il paese tutto.

Gli interventi statali in economia, nella visione morotea, erano pensati in funzione di un innesco di virtuose evoluzioni, mai come sporadiche precipitazioni di fondi, atte a tamponare emergenze contingenti, prive di auspicabili riflessi sul medio e lungo periodo. “L’incentivo non ha un valore in sé, ma in quanto istituisca una condizione differenziale nei riguardi di tutte le altre parti del sistema”.  Le industrie di stato al Sud, secondo Moro, costituivano un mezzo e non fine: uno strumento per frenare l’emorragia di manodopera che in quegli anni imperversava al Sud, prevalentemente. L’obiettivo era, essenzialmente, quello di far sorgere un autonomo ceto imprenditoriale al sud.  Chissà cosa avrebbe detto, oggi, considerando che, secondo il recentissimo rapporto Anvur, cresce la quota di diplomati del Mezzogiorno che si iscrivono in un ateneo del Centro-Nord (da circa il 18% dello scorso decennio al 24%)?

Il politico pugliese coglieva in quel titanico flusso di persone un impoverimento quasi sempre irreversibile del Mezzogiorno. Per tale ragione, Moro sosteneva fermamente la necessità di far sorgere l’industria anche al Sud ma, anche, che tale sforzo a nulla sarebbe valso senza una opportuna modernizzazione del settore agricolo meridionale o l’attivazione dell’imprenditoria privata. Nel dopoguerra, sottolinea Moro, l’Italia ha scelto un’economia di mercato, pur perseguendo “una risoluta azione di sostegno e di propulsione nei riguardi delle situazioni economicamente in ritardo oppure in crisi”: una “duplice linea”. Oggi sembra latitare l’equilibrio sano di questa duplicità di intenti.

Il Sud veniva percepito come un banco di prova per la generazione di Moro. Occorreva “redistruibuire tra regioni (nord e sud e in generale zone depresse” e tra settori (industria e agricoltura) il capitale di nuova formazione”. E se da un lato egli auspicava la nascita di robuste autonomie locali, dall’altro ribadiva la necessità di abbattere i divari interni per affrontare in modo ottimale la sfida competitiva dell’Italia in un contesto europeo. Da Bari, dove teneva i suoi corsi universitari, guardava all’Europa, non all’inasprimento strumentale dei conflitti in seno al paese. Qui sta il respiro ampio del meridionalismo moroteo.

Era, indiscutibilmente, la capacità di programmare a lungo termine il punto di forza della classe dirigente alla quale Moro appartenne. Lo segnano distintamente queste parole: “I problemi connessi con l’azione di governo non possono essere affrontati singolarmente ed episodicamente, ma in una visione di insieme, secondo precise priorità d’importanza e di urgenza, in relazione cioè ad una politica di programmazione economica, che consenta, sulla base indispensabile di un adeguato sviluppo del reddito, il superamento degli squilibri territoriali, settoriali e distributivi ancora esistenti, nonché la eliminazione delle maggiori deficienze nel campo delle dotazioni civili del nostro paese”. Correva l’anno 1963.

Cito, infine, queste memorabili parole di Aldo Moro sulla libertà: “Vi chiediamo dunque di volere la vostra libertà e la libertà di tutti con la stessa forza e convinzione; di volere il vostro progresso ed insieme il progresso di tutti. Vi chiediamo di rinunciare all’egoismo e di non consentire, al di là di questa, a nessun’altra rinuncia. Vi chiediamo di credere che ragionevoli limitazioni e temporanei sacrifici portano ad un vero sviluppo; che una libertà misurata e rispettosa è una vera libertà ed una libertà garantita. Vi chiediamo di credere che la libertà non di uno solo, ma di tutti, esalta necessariamente la dignità umana e rinnova la società. Vi chiediamo perciò di custodire la libertà politica come un bene supremo che apre largamente il varco alla giustizia che avanza”.

Fonte delle citazioni: “il meridionalismo di Aldo Moro”, idee e programmi per il sud riproposti da Giovanni Di Capua e presentati da Dino De Poli – Centro studi e iniziative per il mezzogiorno Aldo Moro, 1978