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Yemen: arresti, sparizioni e torture per chi si oppone agli huthi

In un nuovo rapporto diffuso il 18 maggio, Amnesty International ha accusato il gruppo armato huthi di aver condotto in Yemen, a partire dal dicembre 2014, una campagna di arresti, sparizioni e torture contro centinaia di oppositori, reali o presunti, nella capitale Sana’a, a Ta’iiz e Hodeidah.

Nella vasta maggioranza dei casi, alle persone arrestate non è stata fornita alcuna spiegazione. Alcuni prigionieri sono rimasti in detenzione anche per 17 mesi prima di essere portati di fronte a un giudice. Nessuna delle 60 persone i cui casi sono descritti nel rapporto di Amnesty International è mai stata incriminata né ha potuto contestare la legittimità della sua detenzione. Di queste, 18 sono ancora detenute e di tre di loro non si hanno più notizie.

La maggior parte delle persone prese di mira dagli huthi erano attivisti politici, giornalisti o altri soggetti affiliati ad al-Islah, un partito politico sunnita che si è opposto alla presa del potere da parte degli huthi e che si è schierato a favore della coalizione a guida saudita che nel marzo 2015 ha avviato una campagna di attacchi aerei.

Un caso descritto nel rapporto di Amnesty International è quello di Mohamed Qahtan, figura di spicco di al-Islah e noto critico nei confronti degli huthi, che risulta scomparso dall’aprile 2015, quando è stato portato via dalla sua abitazione da una decina di uomini armati in abiti civili. La sua famiglia, che ha potuto vederlo una sola volta tre giorni dopo l’arresto, teme che sia morto.

In altri casi, le persone arrestate non avevano alcuna posizione politica o altra caratteristica che potesse la persecuzione: tra queste, 11 giornalisti. Ex detenuti e familiari di detenuti hanno fornito resoconti strazianti sulle torture.

I familiari di Abdul-ilah Saylan, uno studente di 21 anni arrestato a Sana’a nell’agosto 2015, hanno raccontato le torture compiute da funzionari della sicurezza di fronte ai loro occhi, in occasione di una visita in carcere nel febbraio 2016.

“Una guardia ha iniziato a picchiarlo, poi ne sono arrivate altre tre. Lo hanno pestato selvaggiamente. Potete immaginare come ci sentivamo a vederlo sanguinare dal naso e dalla bocca e alla fine svenire, senza poter fare nulla per aiutarlo? Quando è svenuto lo hanno trascinato via e ci hanno detto che potevamo tornare a casa”.

Nell’ambito dei negoziati di pace in corso in Kuwait, è stato istituito un comitato speciale per i prigionieri e i detenuti. Amnesty International chiede a coloro che prendono parte ai negoziati, così come agli attori internazionali che li stanno facilitando, di assicurare che sia data priorità ai diritti delle persone arbitrariamente detenute, e dei loro familiari, nelle aree sotto il controllo degli huthi.

Replicando al rapporto, che come da prassi Amnesty International aveva trasmesso in anteprima per chiedere commenti e spiegazioni, il 16 maggio il ministero dei Diritti umani di Sana’a – sotto il controllo degli huthi – ha rigettato come “prive di fondamento” le accuse relative agli arresti arbitrari, alle sparizioni forzate e alla tortura precisando che chi critica le autorità di Sana’a “non è soggetto ad alcuna misura repressiva” in quanto “lo Yemen e le sue autorità credono fermamente nella libertà d’espressione”.