Economia

Helicopter money, perché la Bce (per ora) non usa l’arma finale dei soldi dall’elicottero per spingere i consumi

Calata nella pratica, questa teoria può comportare il trasferimento diretto di denaro sui conti correnti dei cittadini da parte della banca centrale. In alternativa, prenderebbe la forma di un taglio di tasse o di investimenti pubblici finanziati stampando moneta e comprando titoli di Stato. Ma gli stimoli monetari così massicci portano con sé il rischio di dare vita a bolle speculative e penalizzare l'export

Se si presenta una condizione di deflazione e i tassi di interesse sono già a zero, cosa può fare una banca centrale? Una domanda che sembra descrivere perfettamente l’attuale situazione della zona euro. Nel 2002 Ben Bernanke, che 4 anni dopo diventerà governatore della Federal Reserve, fornì in un suo intervento una risposta piuttosto incoraggiante. Secondo l’economista, un’autorità monetaria ha infatti molte altre frecce al suo arco. In un sistema di moneta fiduciaria, infatti, una banca centrale può sempre, almeno in teoria, iniettare inflazione nell’economia “stampando” banconote. Bernanke citò anche il caso limite ipotizzato dal Nobel per l’economia Milton Friedman, il cosiddetto “helicopter money”, guadagnandosi così tra l’altro il soprannome di “Helicopter Ben”. L’idea è quella di un elicottero che vola sopra la gente lanciando a terra banconote. Soluzione estrema per cercare di far ripartire consumi ed inflazione.

Calate nella pratica, le modalità di questo intervento sarebbero un po’ meno scenografiche ma altrettanto sorprendenti. La versione più fedele all’originale comporterebbe il trasferimento diretto di denaro sui conti correnti dei cittadini. La più verosimile prenderebbe la forma di un taglio di tasse o l’avvio di programmi di investimenti pubblici finanziati stampando moneta e comprando titoli emessi dal governo. L’elicottero dei soldi è tornato di moda negli ultimi tempi alla luce dei deludenti risultati delle politiche ultraespansive delle principali banche centrali del mondo. In particolare, in Europa tassi di interesse a zero e acquisti di titoli per 80 miliardi di euro al mese non sono stati sinora sufficienti per dare slancio alla ripresa economica e per far ripartire l’inflazione.

Poco tempo fa Ray Dalio, numero uno di Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, ha auspicato che dopo una fase 1 e una fase 2 della politica monetaria di Francoforte si passi ad una fase 3 ancora più energica. In pratica, bypassando il sistema del credito e fornendo direttamente ai consumatori i soldi per aumentare la spesa. Un’ idea simile è stata sottoposta al Parlamento europeo anche dal movimento “Qe for the people” che annovera tra i suoi aderenti David Graeber, antropologo e attivista del movimento Occupy Wall Street , oltre a docenti di economia delle università di mezza Europa.

In realtà la Bce fa quello che può, forse anche un po’ di più. Quello che davvero manca è un’azione coordinata con i governi, unico modo per rendere davvero efficaci strategie monetarie così insolite. “Il problema è politico – spiega il professor Gustavo Piga dell’università di Roma Tor Vergata – Al momento non vedo in Europa un movimento in grado di fare davvero pressione sui governi perché abbandonino le politiche di austerità portate avanti sinora con risultati fallimentari. La Bce si è mossa tardi e per di più è lasciata sola“.

Ma per il docente, la discesa dei prezzi può portare con sé un conflitto generazionale. “Non dimentichiamo inoltre che la deflazione è un problema per alcuni ma è anche un vantaggio per altri – spiega il docente – Penso soprattutto a chi ha un reddito fisso al riparo da variazioni come nel caso dei pensionati. Quello che è in atto è in qualche modo anche un contrasto generazionale. A mio modo di vedere, i più anziani sarebbero però ben disposti a rinunciare qualcosa a favore delle nuove generazioni. Ma queste istanze devono trovare un soggetto politico in grado di rappresentarle in modo efficace e convincente. Servirebbe una rivoluzione culturale che ribalti l’impostazione ideologica seguita sinora. Purtroppo, per ora, il disagio di larghe fasce della popolazione trova invece sbocco quasi unicamente nei movimenti populisti”. Alla luce di queste considerazioni il professor Piga ritiene che “l’helicopter money” al momento rimanga un’utopia anche se “il solo fatto che se ne parli è il segnale del clima di paura, quasi di disperazione che si sta diffondendo in Europa”. Un clima che tra l’altro fa sì che le aziende siano estremamente caute nel fare investimenti indebitandosi.

Il problema dell’incerta efficacia dei tradizionali stimoli monetari non è una novità. Si usa spesso l’immagine di una stringa. Le banche centrali agiscono sull’economia con una corda: ottima per tirare e frenare molto meno per spingere. Posso mettere a disposizione del sistema denaro in grande quantità ma se poi le banche non si fidano a prestarlo o le aziende e le famiglie non vogliono indebitarsi , c’è poco da fare. A maggior ragione in Europa, dove la dipendenza delle imprese dal sistema bancario è molto più forte che negli Stati Uniti.

Non bisogna poi dimenticare che stimoli monetari così massicci presentano dei rischi. Quando c’è molta liquidità in circolazione è facile, ad esempio, che si creino bolle speculative. “Per il momento non vedo questo pericolo, di sicuro non lo vedo nell’immobiliare, visto che l’attività edilizia non è affatto ripartita”, sottolinea sempre Piga, secondo il quale ci sono ovviamente dei pericoli, che però in questa fase non si può fare a meno di correre. Uno degli aspetti più rischiosi di questa situazione è il generale spostamento degli investimenti verso le attività più rischiose. Gli acquisti da parte delle banche centrali hanno infatti l’effetto di deprimere i rendimenti dei titoli rastrellati sul mercato, come risulta particolarmente evidente per i titoli di Stato dei Paesi europei. Chi vuole mantenere gli stessi guadagni deve quindi per forza spostarsi su prodotti più rischiosi.

Inoltre, il fatto che tutte le principali banche centrali seguano la stessa strategia rende poi più difficile uscirne. La prima banca centrale che decidesse di aumentare i tassi, anche di poco, innescherebbe infatti un brusco rafforzamento della propria valuta, una dinamica che, penalizzando l’export, non gioca a favore della crescita. Senza un aiuto dei governi con adeguate politiche fiscali, il compito della Bce si fa insomma sempre più impegnativo. Non a caso nelle ultime settimane Mario Draghi ha battuto molto su questo tasto.