Società

Disabili, ecco svelato il mio contributo al mondo dello sport – II

Nel post precedente ho introdotto le mie in-utili gesta come sportivo nel wheelchair hockey (l’hockey su sedia elettrica) e raccontato dello scudetto che conquistai come portiere più inoperoso della storia: come promesso oggi svelerò il mio più grande contributo al mondo dello sport. Questa storia prende il via nella mia medio/tarda adolescenza e richiede la presentazione del mio più grande amico di quel periodo storico. Lo descrivo: è basso; i suoi capelli hanno già iniziato l’esodo dalla testa; ha studiato giurisprudenza; era fidanzato con una donzella molto più giovane e abita ad Arcore. Oh cavolo – anzi, oh cavaliere -, ero un grande amico del Silvietto nazionale e me ne accorgo solo ora? No, no, fortunatamente ora ricordo, ma sono davvero impressionanti gli elementi in comune.

La persona di cui parlo è un esemplare di disabile, quindi collega di sofferenza, che chiameremo il Bassotto di Arcore (purtroppo non trovo termine per differenziarlo inequivocabilmente dal miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni). Devoto all’osteogenesi imperfetta – meglio conosciuta come la malattia dalle ossa fragili e tenute “in piedi” da una miriade di chiodi -, si contraddistingue dall’altro Bassotto per la diversa concezione delle cene: se il Bassotto, che ha l’onore di conoscermi, le organizza poco eleganti; quelle firmate Silvietto sono di un’eleganza orgasmica. Che poi non ho capito: invitava a cena, a prezzi popolari, queste povere e avvenenti ragazze per guardare e commentare Baaria, quando poteva fare ben altro?

Torniamo al Bassotto di Arcore, quello sofferente: le nostre vite si incrociarono perché compagni di squadra negli Sharks Monza e nel giro di poco diventammo amici inseparabili. Lui mi scelse in questa veste poiché impietosito della mia condizione strappalacrime e io desideravo semplicemente guidare un sidecar. Avevo bisogno, infatti, di un esemplare come il Bassotto – di contenute dimensioni e munito di carrozzina manuale – che facesse da passeggero: io alla guida e lui, con il braccio attaccato al bracciolo della mia sedia elettrica, si faceva trascinare. Questa era la conformazione con la quale potevamo uscire in autonomia, conformazione che mi permise di conquistare la sua piena fiducia: del resto non ho mai preso una buca e, per non spezzargli un braccio, acceleravo con la stessa delicatezza con cui Bolle effettua un plié.

Se di me si fidava ciecamente, altrettanto non si poteva dire degli altri giocatori di hockey: piuttosto che rischiare la sua cristalleria – gli bastava un acuto alla Pavarotti per andare in pezzi – preferiva rimanere in panchina, dove paradossalmente rischiò davvero la vita. Un bel giorno, infatti, decise di posizionarsi dalla parte della panchina a fianco del mastodontico tabellone elettronico mobile, il cui nobile compito è segnare il punteggio. Quel giorno, durante la partita, un giocatore per evitare un avversario uscì dal campo e andò a impattare contro il suddetto tabellone, che oscillò pericolosamente rischiando di trasformare il simpatico Bassotto nel primo zerbino umano.

Questo fatto mi fece riflettere: se delle sue doti come hockeista ero fermamente convinto – e detto da un infermo assume valore inestimabile -, sapevo che soltanto io potevo aiutarlo a superare le sue paure. Cosa potevo fare? Nientepopodimeno che il mio più grande contributo al mondo dello sport. Durante un allenamento, infatti, facemmo un incidente: purtroppo il Bassotto, causa sedia elettrica guasta, si presentò con la carrozzina manuale (cento chili più leggera, per questo vietata in partita) e l’impatto fu devastante. Il risultato fu che mi presi un grande spavento, ma non potete immaginare quanto, al punto che tremavo, ero scioccato. Ah dimentico sempre i dettagli: lui si ribaltò. Tuttavia raggiunsi l’obiettivo prefissato: battezzarlo alla caduta per fargli passare la paura, dimostrando che sulla sedia elettrica sarebbe stato in una botte “de fero”.

Ora è il leader della squadra brianzola e gioca in nazionale, a dimostrazione di quanto avessi ragione. Quell’ingrato, però, non intende riconoscere i miei meriti: questo mi fa sentire come Bondi, e non è affatto piacevole, sentirsi come Bondi intendo. Perché sostiene che le sue paure siano svanite grazie alle nuove protezioni antiribaltamento e ai nuovi regolamenti, bla bla… purtroppo è avvocato: per deformazione professionale non riesce ad ammettere quella che è la realtà o dire la verità. A differenza dei giornalisti che dicono sempre, ma sempre, la verità…

Testo originale già pubblicato su ‘il Cittadino di Monza e Brianza’ nella mia rubrica