Cinema

‘Lui è tornato’, e se Hitler riapparisse oggi?

E se una mattina qualunque del 2014 a Berlino, Lui tornasse? Se mentre i bimbi giocano indisturbati in un giardino pubblico, nei pressi di quello che un tempo fu il bunker nel quale si tolse la vita insieme alla neo moglie Eva Braun, Lui riapparisse avvolto da una nuvola di fumo, in alta uniforme? A questi curiosi interrogativi prova a dare una risposta il giornalista Timur Vernes nel suo best-seller Lui è tornato, nel quale immagina, con sagace ironia e grande lucidità di pensiero, il ritorno di Hitler nella Berlino dei giorni nostri. Un successo editoriale sorprendente, con oltre 2 milioni di copie vendute solo in Germania, tradotto in 41 Paesi. Dal libro è stato tratto l’omonimo film, per la regia di David Wnendt che, neanche a dirlo, in Germania ha sbancato il botteghino, ma che purtroppo in Italia ha avuto solo tre giorni di programmazione, 26, 27 e 28 aprile; sarà tutta via disponibile su Netflix. Io sono riuscita a vederlo in extremis giusto l’ultima sera e ne sono felice, perché il film è davvero straordinario.

Siamo nel 2014, Adolf Hitler viene catapultato nel futuro e si risveglia a Berlino nello stesso punto in cui il 30 aprile del 1945 si tolse la vita. Come fosse letteralmente risorto dalle ceneri, vaga per la città con la sua uniforme logora e strappata, una città decisamente diversa da quella che ha lasciato. Confuso e disorientato cerca di scoprire in quale epoca storica si trovi e quale sia l’attuale situazione politico-sociale: non appena scopre in che modo è cambiata la sua Germania, rimane sgomento e si rende conto di essere mancato per troppo tempo. Ben presto capisce che nulla di ciò che negli anni ha faticosamente costruito, esiste più: la Germania moderna è multietnica e globalizzata, guidata da una donna (la Merkel) che egli stesso definisce “una donna tozza che infonde lo stesso ottimismo di un salice piangente”; manca una guida dunque, un punto di riferimento per un paese destrutturato e impaurito dallo straniero.

E qui il film raggiunge il suo scopo: siamo davvero sicuri che i tempi siano così cambiati rispetto al 1933, quando il neo cancelliere Hitler salì al potere della Germania nazista? Più ci si addentra nella storia, più matura questa agghiacciante considerazione; tra l’altro il film è un interessante mix tra linguaggio cinematografico e documentaristico: con l’aiuto di uno sprovveduto cameraman Hitler fa il giro della Germania per sondare i pareri della gente, molte delle interviste sono reali e raccolgono le reazioni spontanee della gente alla vista del redivivo Hitler: i risultati sono a tratti sconcertanti. Alcuni degli intervistati affermano che “se fosse il vero Hitler, la seguirei”, inoltre molti dei discorsi di Hitler sull’immigrazione e sulla necessità di ricostituire dei lager, trovano in alcuni casi consensi e acclamazione.

Nel film si crea ad un certo punto una pericolosa commistione tra cinema e realtà che appassiona e spaventa allo stesso tempo. Il tono è tendenzialmente quello della commedia, ma, alla pungente ironia delle battute, si aggiunge l’inquietante consapevolezza di alcune affermazioni di Hitler: “Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me…abbiamo gli stessi valori…”. Non appena scopre il potere che i nuovi media e internet hanno sulla gente, come se la storia si ripetesse tragicamente, li sfrutta in maniera arguta per raccogliere consensi e per cercare di carpire informazioni utili al suo scopo: si, ma qual è lo scopo del risorto Hitler? Lo stesso di sempre: riempire il vuoto ideologico di una società moderna alla deriva e affondare gli artigli nella sua debole carne.

Attraverso il suo carisma e la grande capacità comunicativa che trascende le epoche storiche, si impone come personaggio di punta in televisione – che definisce “uno straordinario strumento di propaganda” – si presta ad interviste, ospitate, selfie e simpatici siparietti, diventa una star del web. Per tutti questo Hitler non è altro che un buffone, un matto che si traveste da führer, ma che gli somiglia in maniera sorprendente (grazie al lavoro straordinario dell’attore Oliver Masucci); questo genera una sorta di macabra ammirazione per la figura storica, una morbosa curiosità tipica del nostro tempo di reality show e di fanatismo malato. Tutti sembrano ubriacarsi di questa novità, fino a perdere piano piano coscienza della realtà. Tutti tranne una vecchia signora ebrea affetta da demenza senile che, vedendosi piombare Hitler in casa, non lo scambia per un attore come tutti gli altri, ma lo riconosce e comincia ad urlare in preda al panico “Sei tale e quale ad allora e dici le stesse cose di allora. Anche all’epoca, all’inizio, ridevano di te. Io so bene chi sei, non l’ho dimenticato!”.

Dopo queste parole, il silenzio in sala si è fatto gelido, insopportabile. Il viaggio nel futuro di Hitler, ha riportato noi in un passato buio e angosciante e mentre le immagini scorrevano sullo schermo, mi sentivo pervasa da una sensazione di ansia e di paura. Il film (e prima ancora il libro) offre uno spunto di riflessione prezioso sul valore della memoria storica, sulla reale capacità degli esseri umani di imparare dai propri errori e un quadro tristemente chiaro dell’attuale situazione politica, sociale e culturale dell’Europa e del mondo. Verso il finale, quando l’intorpidimento delle coscienze sta dando i suoi frutti e tutti ormai lo considerano una star, il suo fidato cameraman, l’uomo che lo ha “scoperto”e portato alla ribalta, capisce di avere a che fare col vero Adolf Hitler, terrorizzato e sconvolto tenta di ucciderlo. Ma Hitler non muore e l’inquietante messaggio finale è affidato alle sue parole: “Non puoi uccidermi, perché una parte di me è in tutti voi”. Lui è tornato o forse non è mai andato via?