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Aung San Suu Kyi, la forza della grazia e del perdono

In questi giorni di celebrazione di resistenze passate ma sempre attuali, intendiamo omaggiare una figura nobile, icona globale di una vittoriosa resistenza non-violenta: Aung San Suu Kyi, la leader della pacifica rivoluzione democratica in Birmania. Come tutti sanno, nonostante la vittoria nelle elezioni del 1990 e  il Premio Nobel per la Pace conferitole l’anno dopo, Aung San Suu Kyi è stata detenuta nella sua stessa casa (a più riprese e con differenti restrizioni) per più di 20 anni, per volere della dittatura militare di Saw Maung. Nei lunghi anni della sua surreale detenzione domiciliare, ha senz’altro meritato, per la dignità  con cui ha tenacemente resistito alla negazione della propria libertà, di essere accostata a figure quali Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela.

Personalità uniche per forza interiore e carisma che sono riuscite nell’umanissimo miracolo di cambiare il corso della storia, capovolgendo, attraverso l’esempio del loro sacrificio, il predominio della repressione e della prepotenza politica. L’occasione per questo tributo è lo spettacolo recentemente in scena al Teatro Argentina di Roma, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi di Marco Martinelli, in cui “The Lady” (il suo soprannome forse più famoso, tale da divenire il titolo del film a lei dedicato da Luc Besson nel 2011) è interpretata da Ermanna Montanari. Uno spettacolo forse non del tutto riuscito dal punto di vista squisitamente artistico (in quanto appesantito dall’insegnamento del “teatro epico” alla Bertolt Brecht, non a caso presente come personaggio nello spettacolo), ma molto importante a livello documentale.

Attraverso un costante gioco di “straniamento”, appunto, brechtiano, fondato sull’utilizzo di video, didascalie luminose, estratti e traduzioni dai discorsi della leader birmana e rappresentazioni grottesche dei suoi crudeli nemici politici, la messa in scena ha il pregio di ricostruire con grande precisione il percorso, tortuoso e glorioso, di Aung San Suu Kyi verso la libertà del suo popolo. Un percorso costellato di umiliazioni, clamorose ingiustizie, stragi di massa e torture (maniacalmente efferate e beffarde) a cui il popolo birmano è stato sottoposto per decenni nell’indifferenza generale della politica internazionale.

Solo il clamore suscitato dal carisma di una donna inerme assurdamente detenuta riuscì ad attirare l’attenzione dei leader mondiali (da Kofi Annan a Woytila), la cui pressione diplomatica non riuscì però minimamente a scalfire la durezza della dittatura, nel frattempo passata sotto il comando dell’anziano generale Than Shwe. Un regime militare follemente crudele e tragicamente escluso dalla storia, contro il quale l’ “Orchidea d’acciaio” (come fu ribattezzata per la gentilezza che ha sempre accompagnato la sua incrollabile fermezza) ha lottato con dignità e coraggio, sacrificando anche i propri affetti. Nonostante il grande pudore mantenuto sulla sua vita privata, è noto che ai ai suoi familiari non fu mai permesso di visitarla, neanche quando al marito fu diagnosticato il cancro.

Aung San Suu Kyi sarebbe rimasta vedova nel 1999, senza avere più avuto l’opportunità di riabbracciare il marito, dopo 10 anni di lontananza forzata. Fondamento interiore della sua lotta politica è stata la coerente applicazione dei precetti spirituali buddisti. Del resto, echeggiando il messaggio gandhiano, lei stessa ha sancito con limpida nettezza l’ispirazione spirituale della sua lotta: “L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”.

Un’ispirazione spirituale fonte non solo della sua invincibile fermezza, ma anche della sua grazia, espressa nell’invito a perdonare i propri oppressori, costantemente rivolto a seguaci e sostenitori. Questo tratto di gentilezza sotteso alla sua stoica resistenza  non-violenta (degna veramente del luminoso precedente di Gandhi) ha ispirato tributi di artisti celebri in tutto il mondo,  come ad esempio gli U2 che le dedicarono il brano Walk On. L’11 novembre 2015 Aung San Suu Kyi  ha vinto le prime elezioni libere della Birmania negli ultimi 25 anniDel resto, il significato del suo nome in birmano è sempre stato: “una luminosa serie di strane vittorie”.