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Unipol non vuole più essere valutata da Standard&Poor’s. Come il sovrano che per non vedersi fece abolire gli specchi

Il gruppo assicurativo ritiene di essere molto meglio di quanto non lo dipinga il rating dell'agenzia Usa. Ma dall'ultimo bilancio emerge un calo di utile netto e raccolta assicurativa diretta e più dell'80% degli investimenti del gruppo sono in Italia

Unipol e UnipolSai ritengono di essere molto meglio di quanto non li dipinga il rating di Standard & Poor’s e chiudono il rapporto con l’agenzia statunitense sulla scia di quanto fece Generali poco più di un anno fa. La decisione del gruppo assicurativo e finanziario bolognese è dovuta ai criteri di valutazione “troppo rigidi” di Standard & Poor’s e, in particolare, all’impossibilità di migliorare il proprio rating (BBB- UnipolSai, BB Unipol gruppo finanziario) e vedere riflessi nel proprio merito di credito i progressi registrati in questi anni sia a livello patrimoniale sia reddituale. Standard & Poor’s, infatti, non ritiene che Unipol e le sue controllate, così come del resto la maggior parte delle società quotate italiane, possano avere un rating superiore a quello sovrano dell’Italia (pari a BBB-). Di qui la scelta di rinunciare al rating, rivendicando di aver appena portato a termine con successo il piano di integrazione con Fonsai conseguendo risultati in linea e anche superiori agli obiettivi: 2,2 miliardi di utili tra il 2013 e il 2015, la distribuzione di dividendi per quasi 1,5 miliardi di euro, un margine di solvibilità del 177% in più rispetto ai minimi regolamentari e l’implementazione di sinergie per complessivamente 390 milioni.

Posto che sotto il profilo finanziario qualche miglioramento in questi anni c’è pure stato, vale la pena di chiedersi il senso di questa mossa per un gruppo Unipol. Nel febbraio 2015 Generali aveva richiesto a S&P il ritiro del rating anche in considerazione del fatto che “il collegamento automatico al rating sovrano applicato da S&P non riconosce l’alto livello di diversificazione del gruppo né i benefici della sua ampia presenza geografica”. Generali infatti è uno dei gruppi italiani con la maggior presenza all’estero e ciò contribuisce, sia in termini finanziari sia di business, a ridurre significativamente il rischio-Italia. Non solo. Nel caso di Generali stiamo parlando di un gruppo che ha chiuso il 2015 con un risultato operativo di 4,8 miliardi di euro (+6,1%), un utile netto di 2 miliardi (+21,6%), premi lordi per oltre 74 miliardi (+4,6%), una generazione di cassa in crescita del 30% a 1,6 miliardi e un margine di solvibilità del 202% (186% nel 2014). Insomma, una realtà molto diversa da quella di Unipol che è sì la prima compagnia italiana nel ramo danni, ma che è presente unicamente in Italia ed è anche poco diversificata, tanto da riflettere la crescita del rischio associato al settore assicurativo italiano che risente tra le altre cose della bassa crescita economica. Questo punto, unitamente alla forte esposizione in titoli del debito italiani tipica delle nostre assicurazioni e banche, rende inevitabile che il rating di Unipol e delle sue controllate non possa superare quello sovrano dell’Italia. In particolare, in una nota Standard & Poor’s evidenzia come oltre l’80% degli investimenti del gruppo (titoli di Stato, obbligazioni societarie, azioni, immobili…) siano concentrati in Italia.

Anche per quanto riguarda il business assicurativo la situazione appare molto diversa da quella del gruppo triestino: UnipolSai ha infatti chiuso il 2015 con un utile netto di 738 milioni di euro, in calo del 5,8% rispetto al 2014, e una raccolta assicurativa diretta di 13,9 miliardi di euro, in calo dell’8,8%. Nel comparto Danni la raccolta diretta ha registrato una flessione del 5,3% sul 2014, mentre nel comparto Vita la flessione è del 12,3%. In conclusione, la storia di Unipol e del rating di S&P somiglia tanto a quella della volpe e l’uva o, se si vuole, a quella del sovrano che, non amando il proprio aspetto, decise di abolire gli specchi.