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Bolloré, perquisiti gli uffici di Parigi mentre il socio di Berlusconi viene candidato per rilevare il Corsera

Piazzetta Cuccia non gradisce l'offerta sponsorizzata da Intesa e potrebbe chiamare in causa il finanziere bretone che è suo secondo socio oltre che primo azionista di Telecom Italia. Per il raider bretone Rcs è un'opportunità per ampliare il perimetro europeo di Vivendi a prezzi stracciati. Sviluppi che non piacciono a Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario di Messaggero, Gazzettino e Mattino, nonché coinquilino nelle Generali

Gli uffici del gruppo Bolloré a Parigi sono stati perquisiti nell’ambito di un’indagine sulla Pefaco, società specializzata in hotel e casinò con grossi interessi in Africa. La notizia arriva proprio mentre in Italia il nome di Vincent Bolloré, appena diventato socio in affari di Silvio Berlusconi, viene citato come potenziale candidato per venire in aiuto di Mediobanca sul dossier Corriere della Sera e contrastare l’offerta di Urbano Cairo. Secondo quanto riferisce Repubblica, infatti, Piazzetta Cuccia che non gradisce l’offerta di Cairo sponsorizzato da Banca Intesa, potrebbe puntare sul suo secondo azionista “perché scenda nell’arena della stampa italiana con la Vivendi fresca di alleanza berlusconiana”.

Sotto il profilo industriale, l’operazione non sarebbe campata per aria. L’editrice del Corsera, Rcs, rappresenta una buona opportunità a prezzi stracciati per ampliare il perimetro europeo di Vivendi, controllata da Bolloré che è anche primo azionista di Telecom Italia: il gruppo editoriale guidato da Laura Cioli vale in Borsa circa 297 milioni, ma in pancia ha asset internazionali di un certo peso. Oltre al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport, Rcs possiede anche il polo editoriale spagnolo Unidad Editorial. Alla filiale spagnola fanno capo il secondo quotidiano spagnolo El Mundo, il settimanale economico Expansion e Marca, il più importante giornale sportivo della penisola iberica. “Ma il finanziere bretone è troppo furbo, dicono a Parigi, per buttarsi in una contesa del genere”, sentenzia il quotidiano del gruppo De Benedetti.

Tuttavia è un fatto che Bolloré vuole creare una media company latina come ribadito recentemente nell’operazione conclusa con Mediaset. Inoltre un’avventura nei giornali di carta non sarebbe una novità. In Francia è il più importante editore nella free press con il quotidiano Direct Matin. Inoltre non ha mai fatto mistero di voler acquistare un giornale a pagamento: ci ha provato con i quotidiani Le Monde (di cui poi è poi diventato socio il rivale Xavier Niel), Libération, Le Parisien e con il settimanale L’Express. “Vorrei lanciare un quotidiano a pagamento sullo stile del Foglio di Giuliano Ferrara”, si fece sfuggire in un’intervista rilasciata sei anni fa al settimanale economico di Rcs il Mondo. Il motivo? Bolloré ritiene che gli archivi dei giornali cartacei rappresentino una enorme ricchezza scarsamente valorizzata. Un editore europeo, tecnologicamente avanzato, potrebbe trarne fuori una enorme ricchezza sviluppando nuovi contenuti per la tv a pagamento e la telefonia. Insomma, nella visione di Bolloré, i gruppi editoriali tradizionali sono una miniera d’oro a buon mercato che attende solo di essere adeguatamente sfruttata.

Ecco perché tutti gli sviluppi della faccenda Rcs non piacciono affatto all’editore-costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario de Il MessaggeroIl GazzettinoIl Mattino di Napoli. Dopo le nozze fra StampaRepubblica e con Bolloré in partita su Rcs, Caltagirone rischierebbe l’isolamento senza grandi opportunità di crescita. Resta il fatto il fatto che un eventuale interesse di Bolloré per Rcs libererebbe Mediobanca da una patata bollente. E potrebbe essere la contropartita richiesta da Piazzetta Cuccia per affidare la gestione della controllata Generali al francese Philippe Donnet, che Bolloré ha sponsorizzato alla guida del Leone di Trieste e ha voluto nel consiglio di Vivendi accanto al fondatore di Axa, Claude Bebéar. Ed è proprio in questo ambito che si sta muovendo Caltagirone che nelle ultime settimane ha intensificato gli acquisti di titoli delle Generali di cui è arrivato a detenere oltre il 3%, posizionandosi così al secondo posto nell’azionariato del Leone, dietro a Mediobanca.

Quanto a Bolloré, dal suo rafforzamento in Piazzetta Cuccia è riuscito a tessere una trama complessa che lo ha portato a diventare l’imprenditore straniero più potente in Italia. Sono ormai lontani infatti i tempi in cui la Consob lo bacchettava accusandolo di manipolazione di mercato mentre la compagnia Groupama dell’amico Jean Azéma tentava di mettere le mani sulla Fonsai dei Ligresti. Ora il raider bretone ha una posizione strategica perché è diventato un riferimento per il governo Renzi per almeno due motivi. Il primo è il controllo di Telecom Italia che Bolloré giura di voler sviluppare smentendo le voci di esuberi in arrivo per l’ex monopolista. Il futuro di Telecom è importante per il governo e per i suoi piani nella banda ultralarga, ma è anche una partita politica e industriale legata a doppio filo con Mediaset, con l’imminente transizione della tv italiana dall’etere al cavo e con il futuro imprenditoriale della famiglia Berlusconi. Il secondo motivo è il peso di Bolloré nella gestione delle Generali che sono particolarmente importanti per il governo italiano: la compagnia assicurativa ha in portafoglio infatti 63,8 miliardi di titoli di Stato italiani su 163 miliardi di investimenti in obbligazioni sovrane (di cui il 19% francesi). Ed è evidente che un eventuale cambio di strategia di investimento potrebbe incidere sui già precari conti dell’Italia.

“E se Vincent Bolloré fosse l’uomo più potente di Francia?”, si sono chiesti i giornalisti francesi di Zapping, una trasmissione in stile Blob interamente dedicata al “ritratto del patron che non ama si parli di sé” in onda qualche giorno fa su Canal+ (gruppo Vivendi). Al centro dell’attenzione dei giornalisti d’Oltrape da sempre ci sono i grossi interessi in Africa, soprattutto in Camerun, dove Bolloré é “il re dell’olio di palma”, oltre che dominus dei trasporti e della logistica. Gli stessi che sono sfiorati dai magistrati che indagano sulla società spagnola Pefaco, presieduta da Francis Perez, vicino a Jean-Philippe Dorent, un dirigente di Havas, controllata dal gruppo Bolloré. Le indagini dovranno appurare se il gruppo francese ha utilizzato Havas per facilitare l’ottenimento della gestione dei porti di Conakry, in Guinea, e di Lomé, in Togo.

“Il gruppo precisa che non ha intrattenuto né intrattiene alcuna relazione con la società Pefaco e con i suoi dirigenti”, ha replicato una nota del gruppo Bolloré ricordando che gli investimenti nelle attività portuali sono effettuati in collaborazione con altri gruppi internazionali. Ma c’è da scommettere che la questione tornerà alla ribalta nei prossimi giorni perché la stampa vuole far chiarezza sull’impero di Bolloré che, nei media europei, vuole crescere proprio grazie al gruppo pubblicitario Havas e all’azienda media Vivendi. Due gruppi che fanno certamente di lui un potente industriale che se volesse potrebbe annettere al suo impero anche Rcs. Magari come ha fatto per la Fnac, appena conquistata con aumento di capitale riservato (159 milioni per il 15% del gruppo) e ottenendo due posti nel consiglio di amministrazione. Se le cose dovessero davvero andare così, via Solferino diventerebbe una periferia dell’impero parigino del finanziere bretone.

E pensare che l’ex ad di Rcs, Vittorio Colao, oggi ai vertici di Vodafone, voleva fare dell’editrice milanese un grande gruppo europeo, secondo nel Vecchio continente solo a Pearson, l’editore del Financial Times. Intesa, Unicredit e Mediobanca si misero di traverso. Bloccarono l’acquisto della francese Editis e lo costrinsero a dimettersi. Poi, con la gestione di Alessandro Perricone, spinsero per l’acquisto di Recoletos, un’operazione fallimentare gestita da Lazard in un coacervo di conflitti di interesse che correvano da Trieste a Madrid passando per Milano e Parigi. Ebbe così inizio il lento e inarrestabile declino di Rcs.