Cinema

Che cos’è un Manrico, l’amicizia coi tempi della disabilità. “Siamo fatti della stessa materia”

Un road movie su un ragazzo con distrofia e il suo assistente personale. Stefano Romani, operatore sociale e amico del 30enne distrofico scomparso l'anno scorso: "Volevamo fare un documentario con la disabilità e non sulla disabilità". Il regista Antonio Morabito: "Voglio raccontare la normalità di una persona diversa ma uguale"

Succede di rado che il tema disabilità possa essere proposto nelle sale cinematografiche. Ma dopo il successo mondiale di Quasi Amici qualcosa è cambiato. Il 7 aprile è uscito nei cinema italiani un nuovo film che racconta la storia di un ragazzo con distrofia muscolare e il suo assistente personale che diventa il suo amico inseparabile e “grande allievo”. Che cos’è un Manrico, del regista Antonio Morabito e distribuito ai botteghini dall’Istituto Luce Cinecittà, è insieme una commedia, un dramma, e un road-movie che mette in luce le difficoltà che ogni giorno le persone con disabilità devono affrontare.

Il documentario mostra una settimana d’estate a Roma, calda assolata, turistica, di Manrico Zedda, trentenne distrofico in grado di muovere solo la testa e i pollici, prematuramente scomparso l’anno scorso, e Stefano Romani, operatore che lo assiste. È il particolarissimo viaggio di due amici nella città Eterna, uno a piedi e l’altro seduto su una carrozzina elettronica, attraverso strade piene di buche, gelaterie, ascensori difficili da prendere, partite di hockey su carrozzina, canzoni, battute a raffica, confessioni e ricordi legati anche alla sfera sessuale.

Dopo il successo mondiale di Quasi Amici qualcosa è cambiato

“L’amicizia tra me e Manrico nasce per questioni di lavoro. Sono stato mandato a casa sua, circa tredici anni fa, per fargli assistenza domiciliare. Manrico è stato la mia porta d’ingresso nel mondo del sociale e della disabilità – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Stefano Romani, uno dei due protagonisti del film -. Ho cominciato a fare l’operatore sociale con lui credendo che si sarebbe trattato di un lavoretto transitorio. Invece non ho più smesso e lui è diventato uno dei miei migliori amici, mi ha insegnato moltissimo e mi consideravo un suo allievo”.

“Per me la distrofia – ha precisato Romani – faceva parte di quel range di malattie agghiaccianti che se toccavano a te era proprio una gran sfiga. In effetti non è che non sia una gran sfiga avere la distrofia muscolare. Ma ci si può convivere. Cioè la malattia può anche non prendere il sopravvento e alla fine tu sei sì un distrofico, ma sei anche un fantastico e irripetibile essere umano. Puoi essere un Marco, un Daniele, un Andrea, un Luca. E puoi anche essere un Manrico”. Come due moderni metropolitani Don Chisciotte e Sancio Panza, Zedda e il suo fedele scudiero, ci mostrano le cose considerate “normali” e “scontate”, ma non per chi è costretto a vivere su una carrozzina a causa della propria patologia. Un film che non si rivolge esclusivamente ai disabili, ma ha l’ambizione di parlare al grande pubblico per sensibilizzarlo su temi dell’inclusione sociale e dell’accessibilità, o meglio dire dell’inaccessibilità di molte aree della Capitale.

Il film, uscito il 7 aprile, è insieme una commedia, un dramma e un road-movie

“Nell’arco di questi mesi ho visto quanto Manrico sia fatto della stessa materia di cui sono fatto io. Per ogni elemento di diversità dovuto alla malattia, ce ne sono mille di affini dovuti all’esistenza – ha detto Morabito – Da tempo Manrico mi proponeva di fare un film basato sulla sua vita; ho pensato che un buon modo fosse quello di mostrare direttamente lui, senza facili pietismi o generiche accuse al sistema, ma limitandosi a far vedere semplicemente quella che per lui è la normalità. Con questo documentario voglio raccontare la normalità di una persona diversa ma uguale”.

Il film ha la finalità di “mostrare Manrico nella sua quotidianità, un film con la disabilità e non sulla disabilità. Manrico – ha precisato Stefano – è stato un torrente in piena, un vulcano irrefrenabile di parole e di idee. Era spiritoso, irriverente, autoironico. Dunque perfetto per rendere la sua quotidianità un film. Conosco il regista da una vita. E quando gli ho presentato il mio amico è stato amore a prima vista. Non è stato difficile dunque girare questo documentario. Siamo stati semplicemente noi stessi e abbiamo messo in ballo la nostra relazione e il modo di rapportarci l’uno all’altro”.