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Banche di credito cooperativo, Mucchetti: “Caro Lotti, guarda la Cambiano per capire gli errori della tua riforma”

Ecco la lettera al sottosegretario che il senatore Pd aveva inviato all’Unità che l'ha rifiutata per timore di querele da parte dell'istituto toscano e del fedelissimo del capo del governo sostenitore della riforma delle Bcc contenuta nel decreto banche approvato oggi

Erasmo D’Angelis, direttore de l’Unità, ha giustificato il rifiuto di pubblicare una mia lettera aperta al sottosegretario Lotti sulla riforma del credito cooperativo (divenuta legge oggi pomeriggi, ndr), verificata nel caso specifico della Bcc di Cambiano, paventando improbabili querele da parte di Lotti e della banca toscana e infine adducendo, più credibilmente, la posizione dell’editore. Ovviamente nessuno può pretendere il diritto di pubblicazione a prescindere”. Lo scrive sul suo blog Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria di palazzo Madama. Secondo il senatore Pd, “questo piccolo caso ripropone la questione di che cosa debba essere un giornale di partito o di area nel 2016. Pura propaganda? Sfogatoio per politici di seconda fila che non hanno accesso ai media principali? Luogo per la critica, purché questa morda con le gengive?”. O ancora, prosegue, “come pure è stata a lungo palestra delle idee scomode e delle analisi controcorrente, una volta preso atto che la redazione non è in grado, certo non per colpa dei redattori ma per la modestia professionale del progetto editoriale, di fare grandi inchieste e scoprire notizie rilevanti, tenute nascoste dai poteri economici e politici, come si dovrebbe fare nei giornali di informazione e come pure talvolta, faceva l’Unità quando ancora era una scuola di giornalismo apprezzata dall’editoria in genere?”. Domande retoriche, è la conclusione, “purtroppo, si dovrebbe dare risposta positiva alla prima, alla seconda e alla terza, negativa alla quarta. Come sarebbe bello se i gruppi parlamentari del Pd, che finanziano partito e giornale ne parlassero un po’”.
Ecco di seguito la lettera pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 6 aprile 2016

Caro sottosegretario Lotti,
leggo che ti sei occupato della riforma del credito cooperativo, in particolare della via d’uscita facilitata per le Bcc che non intendono aderire a un gruppo bancario cooperativo. Accogliendo la linea di Nicola Rossi, consulente della Bcc di Cambiano, il decreto del governo consente a queste Bcc di conferire le proprie attività a una S.p.A già esistente ovvero a una nuova società. Non voglio ora verificare se, in base al metro usato con Federica Guidi, esistano o meno tuoi conflitti di interesse. No, ti chiedo di fare con me due conti, proprio a partire dalla Bcc di Cambiano, per capire se e a chi convenga la scelta che Palazzo Chigi ha inteso facilitare rispetto al ddl già negoziato da ministero dell’Economia, Banca d’Italia e Federcasse.

Partiamo dal bilancio 2014, l’ultimo approvato. La Cambiano ha un patrimonio netto di 278 milioni di euro e uno di vigilanza di 253 milioni, pari al 15,2% degli attivi ponderati per il rischio (RWA, risk weighted assets). L’utile lordo arriva a 6,4 milioni, il netto a 4,9 milioni. Ne viene un ritorno sul patrimonio netto dell’1,8% al quale concorrono 21 milioni di ricavi dal trading sui titoli di Stato, di sponda con la Bce. Anche molte altre banche hanno approfittato dei finanziamenti e del quantitative easing di Francoforte per puntellare i margini di interesse, ma in misura molto inferiore. Alla Cambiano il trading dà un quarto del margine di intermediazione. Una cooperativa speciale, non trovi? La Cambiano ha crediti deteriorati per 324 milioni, pari al 16% degli impieghi con la clientela. Tra questi crediti deteriorati si segnalano sofferenze per 172 milioni, pari all’8,5%. Mentre i deteriorati calano percentualmente sia pur di poco, le sofferenze si appesantiscono. Segno che i deteriorati sono meno recuperabili di quanto possa sembrare. Il totale dei deteriorati è coperto per il 28,9% da fondi svalutazione, le sofferenze per il 38,2%. Un po’ poco. La Cambiano ha 35 sportelli, 286 dipendenti che costano in media 75 mila euro l’uno, parecchio di più della media delle Bcc, e 3 dirigenti che costano 1,2 milioni (il bilancio non dice chi prende quanto).

Questa è la fotografia. Ma proviamo a considerare che cosa accadrebbe con il conferimento dell’azienda bancaria alla S.p.A. Il patrimonio calerebbe di colpo del 20% per effetto del versamento previsto dal decreto mentre l’imposizione fiscale, cessato lo sconto sull’Ires, diventerebbe piena. Il patrimonio netto calerebbe dunque a 212 milioni, quello di vigilanza a 197. Il rapporto del patrimonio di vigilanza con le RWA scenderebbe dal 15,2% all’11,9%. Applicando il prelievo fiscale medio nel settore bancario per il periodo 2006-2014 (un po’ inferiore all’aliquota piena), le imposte salirebbero da 1,5 a 2,6 milioni. L’utile netto scenderebbe da 6,4 a 3,8 milioni, il ritorno sul patrimonio netto resterebbe stabile sull’1,8%. Il gioco vale la candela? Ora, il patrimonio aggregato delle Bcc equivale al 16,1% della RWA; il ritorno aggregato sul capitale si contiene nell’1,5%. La Cambiano divenuta S.p.A avrebbe un patrimonio ridotto ben sotto la media del credito cooperativo e un rendimento dello 0,3% superiore. Fossi un socio della Bcc di Cambiano ci andrei con i piedi di piombo, perché, a occhio, la Cambiano S.p.A dovrebbe stanziare parecchio ai fondi svalutazione.

Secondo la Banca d’Italia, le Bcc in media hanno crediti deteriorati lordi pari al 18% dei prestiti, per la metà già in sofferenza. Il tasso di copertura dei deteriorati è il 36,5%, quello delle sofferenze il 51,8%. Il sistema bancario nel suo complesso ha un patrimonio inferiore ma copre di più i rischi su crediti. Le Bcc possono farsi vanto del patrimonio, ma non troppo: l’eccedenza patrimoniale compensa la scarsità dei fondi svalutazione. Di qui la costituzione del gruppo bancario cooperativo. A maggior ragione le ex Bcc divenute S.p.A., anche per effetto del versamento del 20%, dovrebbero rimpolpare al più presto i fondi svalutazione. La Cambiano S.p.A avrebbe un patrimonio proporzionalmente analogo a quello dei grandi gruppi privati, ma poi, per coprire i crediti deteriorati almeno come la media delle Bcc, dovrebbe stanziare 25 milioni, 50 per raggiungere le banche S.p.A. La Banca d’Italia ha fissato nel 13% il requisito patrimoniale minimo per le Bcc e nei livelli indicati dalla Bce il grado di copertura minimo dei crediti deteriorati. Quando sarà, la Vigilanza dirà la sua. Nel frattempo, tu e io potremmo chiederci come ricostruire l’equilibrio tra patrimonio e fondi che la trasformazione in S.p.A compromette.

La ricapitalizzazione per vie interne, anche rinunciando al dividendo, richiederebbe troppi anni. Andrebbe perciò deliberato un aumento di capitale di almeno 50 milioni. Data la dimensione della banca, l’emissione azionaria potrà interessare i residenti circonvicini, non certo il fondo delle Scottish Widows. La cooperativa ex Bcc, in ogni caso, non avrebbe di che sottoscrivere la nuova emissione, essendo l’intero suo patrimonio investito nella banca S.p.A. Al massimo potrebbe sottoscriverne una parte minore utilizzando i proventi dalla vendita dei diritti ove questa vendita avesse buon esito. Ma a quale prezzo farà la nuova emissione quando in Borsa i titoli bancari trattano a sconto del 50% rispetto al patrimonio netto e capitalizzano comunque 10 volte gli utili? Se la Cambiano S.p.A. presenta un utile netto pro forma di 3,8 milioni, il suo valore di mercato calcolato sulla base degli utili si aggira sui 40 milioni. E dunque andrebbe applicato uno sconto assai pesante sui valori patrimoniali. La vendita dei diritti ne risentirebbe e la cooperativa faticherebbe assai a restare in maggioranza. La Cambiano Spa potrebbe drogare l’utile con le plusvalenze sui titoli che in questi anni ha girato direttamente a patrimonio, ma il suo valore di mercato resterebbe assai inferiore a quello di libro. E in ogni caso gli investitori dovrebbero considerare sostenibile nel tempo questo genere di ricavi in stile Deutsche Bank. Credi, caro Lotti, che ci crederanno?

Il management prometterà più utili. Ma come li farà? Tagliando posti di lavoro e salari? Aumentando i tassi di interesse sui prestiti e riducendo quelli sui depositi? Investendo oltre il territorio di elezione? Facendo ancora più finanza, come parrebbe dalla semestrale 2015, peraltro chiusa con utili in calo? Offrendo nuovi prodotti di incerta utilità ma forieri di commissioni? Se poi sono allo studio mirabolanti fusioni con popolari amiche, sarebbe bene saperlo. Se invece la cooperativa vendesse la banca, in nome di quale goodwill dovrebbe incassare più del valore di mercato? E dunque si profila il rischio di disperdere, nel nome di piccole ambizioni, la ricchezza prodotta dalle generazioni precedenti.

Immagino che la presidenza della Bcc di Cambiano darà notizia ai soci che, in caso di crisi (che, giureranno, non avverrà mai), la banca divenuta S.p.A verrebbe sottoposta a liquidazione coatta amministrativa non essendo possibili interventi pubblici date le sue dimensioni prive di rilievo sistemico.

Fatti questi due conti, mi chiedo e ti chiedo, caro sottosegretario, se la cooperativa rischia più denari assumendo l’impegno solidaristico assieme alle altre Bcc o perdendo subito 55 milioni e affrontando poi l’aumento di capitale ovvero vendendo la banca ai valori di mercato. La mia risposta è implicita in quanto sopra. La tua?

P.S. Questa lettera era stata inviata a “l’Unità”, ma i legali del giornale del Pd ne hanno sconsigliato la pubblicazione paventando querele di Lotti e della Bcc di Cambiano.

di Massimo Mucchetti