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Università, in Italia non si fanno più tesi sperimentali. E’ meglio copiare

A norma della legge vigente, lo studente universitario consegue il titolo di studio discutendo la tesi, un elaborato originale (cioè non copiato da qualche altra parte) che attesta la completezza della sua preparazione, e la sua capacità di contribuire al progresso della cultura. Per lunghissima tradizione la tesi di Laurea, nella sua forma più prestigiosa è sperimentale ed assume la forma di una pubblicazione scientifica, e nei casi di maggior successo viene poi effettivamente pubblicata su una rivista del settore. Esistono forme di tesi meno prestigiose: le tesi compilative, nelle quali il candidato raccoglie e valuta una serie di studi altrui su un argomento di pertinenza del corso di Laurea, e, per la Medicina e Chirurgia, le tesi cliniche, nelle quali il candidato presenta uno o pochi casi clinici in qualche modo rari o particolari. Tutto ciò fino al passato recente.

Da alcuni anni a questa parte è in atto una strisciante decadenza del significato e della forma di questa ultima prova del corso degli studi, motivata dal generale declino del sistema della ricerca, ed è interessante documentare il fatto, almeno come evento sociologico. Il costante e progressivo disinvestimento dello stato nella ricerca pubblica sta rapidamente portando all’esaurimento delle tesi sperimentali “vere”. E’ facilissimo analizzare i dati oggettivi; un po’ meno facile analizzare la situazione in atto per la nota capacità di arrangiarsi del popolo italiano. I dati oggettivi dicono che il finanziamento pubblico della ricerca da parte del Miur, dopo alcuni anni di latitanza e palliativi è ritornato l’anno scorso con il bando pubblico dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin 2015) che stanziava la ridicola somma di circa 32 milioni di euro per le scienze della vita (inclusa la Medicina) e altrettanti per le scienze naturali (Fisica, Chimica, etc.).

A conti fatti con questi soldi si possono finanziare non più di una cinquantina di progetti triennali per ciascun ambito disciplinare; e poiché ogni progetto comprende in genere almeno sette o otto gruppi di ricerca, ogni gruppo riceve il finanziamento, relativamente modesto, di 30.000 euro l’anno (si possono fare progetti che includono un maggior numero di gruppi di ricerca ma poi l’importo del finanziamento per ogni gruppo diventa risibile). In pratica questa analisi banale ci dice che in tutta Italia sono finanziati grazie al Miur non più di 400 gruppi di ricerca per le scienze della vita e altrettanti per le scienze naturali. Se ogni gruppo svolge ricerche che includono tre o quattro studenti tesisti, è possibile produrre poco più di mille tesi sperimentali per ciascun ambito disciplinare in tre anni. Se ogni anno venisse emesso un bando Prin di questa entità si arriverebbe, al massimo, ad un migliaio di tesi sperimentali all’anno in ciascun ambito.

Quante sono mille tesi sperimentali all’anno rispetto alla popolazione studentesca nazionale? Nonostante il fatto che l’Italia abbia il più basso numero di studenti universitari tra tutti gli Stati dell’Unione Europea, mille tesi all’anno per le scienze della vita (o duemila se si aggiungono le scienze naturali) sono un numero ridicolmente basso: basti pensare che su scala nazionale il bando di ammissione al solo Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia prevede ogni anno circa settemila immatricolati; e a questi si devono aggiungere gli studenti che frequentano gli altri Corsi afferenti all’ambito delle scienze della vita: Farmacia, Biologia, Biotecnologie, etc. Consegue che la tesi di Laurea sperimentale è diventata un privilegio per pochissimi.

Il guaio è che gli italiani si arrangiano: dove ci sarebbe posto per uno studente ne ammettono tre, sulle normative chiudono un occhio, dai risultati che servirebbero per scrivere una tesi se ne ricavano varie, necessariamente simili tra loro. Ma oggi arrangiarsi non è visto di buon occhio: la differenza tra due tesi simili e una tesi copiata da un’altra è sfumata e il pubblico è prontissimo a gridare allo scandalo, complice il fatto che gli strumenti elettronici sono impietosi nello scoprire chi si è arrangiato. Soluzioni? Abolire del tutto la tesi sperimentale e ammettere pubblicamente che il paese non è più in grado di fare ricerca: ammettere è meglio che copiare, e se non altro rende pubblico l’imbroglio della politica che ad ogni piè sospinto loda pubblicamente l’importanza della ricerca e in ogni finanziaria la strangola un po’ di più.